“Non c’è futuro senza memoria”: la marcia in ricordo degli ebrei deportati

Posta la pietra d'inciampo dedicata a Matilde Beniacar

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Partenza della marcia. Foto: Valeria Cappelletti
  • di Valeria Cappelletti:

LIVORNO – “Non c’è futuro senza memoria” è la scritta presente sullo striscione blu con lettere bianche portato lungo la marcia che si è svolta questa mattina in ricordo degli ebrei livornesi deportati nei campi di concentramento nazisti. Una celebrazione questa che fa parte dei tanti eventi che la città di Livorno ha in programma per ricordare il Giorno della Memoria del 27 gennaio.

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Le pietre d’inciampo. Foto: Valeria Cappelletti

Da piazza del Municipio, un corteo silenzioso, formato da bambini, ragazzi e adulti, accompagnato solo da una struggente musica, ha raggiunto via Cassuto. Qui è stata posta la pietra d’inciampo in ricordo di Matilde Beniacar, accanto a quella della sorella Perla. Un momento molto toccante per la presenza dei figli di Matilde, Stella e Claudio Mazzaccherini, per le parole di Cristina Dinetti e Alberta Di Rosa che hanno conosciuto e raccontato ai presenti chi era Matilde Beniacar, nata in Turchia ma trasferitasi a Livorno con la famiglia nel 1933 ancora bambina. “I Beniacar trovarono alloggio proprio in via Cassuto – leggono Dinetti e Di Rosa – un tempo via Reale. Nel 1944, insieme a 650 persone, Matilde e la sua famiglia vengono portati ad Auschwitz, chiusi dentro carri di bestiame. Delle 650 persone sopravvissero solo 22, tra loro c’era Matilde. Con la posa della pietra d’inciampo Matilde torna vicino alla sua casa, alle persone che ha tanto amato”.

I figli di Matilde Beniacar. Foto: Valeria Cappelletti

I figli poi hanno deposto una rosa rossa sulle pietre d’inciampo e tanti bambini hanno lasciato piccoli fogli contenenti un pensiero o un ricordo dedicato alle due sorelle. “In memoria di mia madre, la ricordo come una grande donna e una grande mamma, forte, coraggiosa, paziente, buona, intelligente, generosa e umile. Non si è mai risparmiata per nessuno, ha sempre dato il meglio di se stessa”, è il messaggio letto dalla figlia Stella in suo ricordo.

Poi il corteo ha ripreso la sua marcia fino a raggiungere piazza Benamozegh, dove si trova la Sinagoga, e qui si è tenuto l’intervento del Rabbino Yair Didi: “Oggi ricordiamo sei milioni di nostri fratelli che sono stati uccisi nella maniera più atroce che la mente umana possa immaginare. La nostra storia è piena di sofferenza ma non c’è dubbio che la Shoah è stata la disgrazia più grande del nostro popolo e del mondo intero. Quando qualcuno parla della Shoah deve farlo con grande umiltà. Ma cosa possiamo imparare dalla Shoah? Tante cose, ne ho scelta una: che un uomo non può mai essere sicuro di vivere nel giusto, finché è in vita deve state sempre attento, tutti i giorni dobbiamo controllare le nostre azioni. Quando qualcosa non ci piace dobbiamo avere il coraggio di parlare o anche solo di fare un gesto, restare in silenzio vuol dire comunque qualcosa, non prendere posizione vuol dire comunque prendere una posizione. Queste giornate sono importanti perché sono come un semaforo rosso per noi, per i nostri comportamenti e per pensare se viviamo nel bene”.

Il Rabbino Yair Didi durante il suo intervento. Foto: Valeria Cappelletti

Sul palco, poi, si sono avvicendati, tra gli altri, Francesco Belais, assessore alla cultura e Anna Ajello per la Comunità di Sant’Egidio. “Sono onorato di essere qui oggi – ha detto Belais – in particolare perché il cognome che porto è ebraico, infatti il mio bisnonno era ebreo e ha spostato una non ebrea come era molto frequente in questa città. Sebbene Livorno abbia una lunga tradizione di accoglienza, non è stata immune dalle deportazioni e dalla Shoah, per cui è importante fermarsi e pensare e far sì che questo avvenga tutto l’anno e non solo nel mese di gennaio. Stiamo vivendo un momento molto pericoloso in cui gli esponenti della politica che a mio avviso avrebbero il compito di educare le persone, spesso istigano all’odio, all’intolleranza, ad aver paura di una persona solo perché arriva dall’altra parte del mondo, ha un’altra fede religiosa o ha la pelle di un colore diverso. Dobbiamo vegliare e fare grande attenzione, perché c’è un odio strisciante che a volte si ferma solo sulle pagine dei social ma a volte purtroppo si trasforma in episodi violenti con protagonisti e aggressori giovanissimi verso persone più deboli o considerate diverse da loro e quindi non degne di essere cittadini di questa nazione”.

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