Inaugurate sei nuove pietre d’inciampo in ricordo dei livornesi deportati

Vanno ad aggiungersi alle altre 17 già presenti in giro per Livorno

pietre d'inciampo
Il momento della cerimonia in Largo Strozzi. Foto: Valeria Cappelletti
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  • di Valeria Cappelletti

LIVORNO – “Sono qui oggi perché spero di far trasparire le sofferenze e il disagio che la mia famiglia ha dovuto provare e mi auguro che parlandone con voi possiate tramandare tutto questo, perché non capiti mai più”. Sono le parole di Grazia Coen che, questa mattina, presso la sede della Comunità di Sant’Egidio (via del Monte d’Oro) ha raccontato ai ragazzi di alcune scuole (Borsi, Rodari, d’Azeglio, Benci, Pistelli, Mazzini di viale Carducci), il ricordo della deportazione ad Auschwitz dei nonni Abramo Levi e Rosa Adut, della madre Selma Levi e del fratello di Selma, Mario Moisè Levi.

La testimonianza di Grazia Coen. Foto: Valeria Cappelletti

È stato un momento di grande commozione ascoltare il racconto di Grazia e del marito Antonio Padrevita e altrettanto forte l’emozione quando, proprio davanti all’edificio che attualmente ospita il Centro Donna, sono state inaugurate le pietre d’inciampo che ricordano la famiglia Levi. Qui, in Largo Strozzi, vivevano i Levi e qui nel 2017 fu posta la pietra d’inciampo del fratello più piccolo di Selma e Mario, Nissim.

La famiglia Levi

Rosa Adut fu deportata a 43 anni, Abramo Levi fu deportato a 40 anni, Selma fu deportata a 19 anni e Mario fu deportato a 16 anni.

La famiglia Levi, originaria della Turchia, giunse a Livorno nel 1928, poi, per sfuggire ai bombardamenti del maggio ’43, la famiglia sfollò a Guasticce, vivendo in baracche di fortuna. Il 18 dicembre 1943 la famiglia venne arrestata e chiusa nel campo di concetramento di Fossoli (Emilia Romagna) e da qui deportata ad Auschwitz nel 1944. Ecco la testimonianza letta da un’alunna al momento della cerimonia in Largo Strozzi, e rilasciata da Salma Levi nel 1983: “Mentre mangiavamo, tutti quanti, sono entrati con il mitra e ci hanno portati via, tutta la famiglia, siamo stati sei mesi in un carcere a Pisa, una mattina molto presto ci hanno messo dentro i vagoni e ci hanno portato ad Auschwitz. Io all’arrivo ad Auschwitz non ho più visto né mia madre né mio padre perché sono 40 chilometri quel campo di concetramento. Lì si viveva alla giornata, al minuto, perché oggi sei viva e dopo magari mezz’ora eri morta, si pensava a vivere e basta. Non sapevamo né che giorno, né che ora erano, non si sapeva mai niente, era tutto finito. Non ci ricordavamo neanche il nostro stesso nome. Io sono stata una delle fortunate perché i miei sono tornati in quattro e della mia famiglia di tutti i Levi 52 sono mancati compreso mio padre”. Della famiglia solo Selma, Mario, Nissim e la madre di Rosa sopravvissero all’Olocausto.

La testimonianza di Patrizia Barbini

Un momento dell’evento nella sede della Comunità di sant’Egidio

Prima di recarsi in Largo Strozzi, è stata la volta di un’altra testimonianza, quella di Patrizia Barbini, insegnante in pensione, che ha raccontato del nonno che per molti anni ha custodito una scatola contente alcuni libri che le era stata consegnata da una famiglia di ebrei che vivevano o si trovavano a Guasticce. “Nessuno della famiglia sapeva a chi appartenessero quei libri – racconta la signora Patrizia – poi nel 1993 a Guasticce realizzarono una targa con i nomi della famiglia Levi e allora capii che quei libri potevano appartenere a loro”.

Dopo i racconti, i bambini delle scuole si sono spostati in Largo Strozzi, qui molto emozionata, Grazia Coen ha ringraziato i presenti. Tra gli intervenuti anche la giunta comunale con il sindaco Luca Salvetti.

La pietre d’inciampo in via del Mare

Contemporaneamente in via del Mare al numero 2 è stato reso omaggio a Piera Galletti e alla figlia Lia Genazzani, poco prima a Villa Letizia, Anna Galletti, nipote di Piera e cugina di Lia Genazzani, aveva portato la testimonianza agli alunni delle scuole Carducci, Bartolena, San Simone, Mazzini e di villa Corridi.

I biglietti lasciati dai ragazzi vicino alle pietre d’inciampo in Largo Strozzi. Foto: Valeria Cappelletti

Piera e la figlia Lia da Milano si trasferirono a Livorno, dove vivevano i genitori di Piera e la famiglia del fratello Dante. La casa si trovata ai Casini di Ardenza, d’angolo con via del Mare. La famiglia Galletti tuttavia viene colpita, come molte altre, dalla propaganda antiebraica e dalle leggi razziali, nel maggio del ’43 i bombardamenti a tappeto distruggono Livorno e Piera e Lia sfollano in campagna, vicino Pontedera.

In una pagina del suo diario, datata novembre 1943, trovato a La Rotta tra le sue cose, Lia descrive l’emozione del viaggio con la mamma Piera per andare a salutare i nonni, lo zio Dante e le cugine Laura ed Anna, nascosti a Campo palazzi in provincia di Siena. Hanno infatti deciso di tentare l’”evasione” da un Paese, l’Italia, divenuto una prigione a cielo aperto. Piera e Lia pensano alla Svizzera, grazie a un conoscente, possono ottenere passaporti falsi. Il viaggio dalla Toscana alla Svizzera è pieno di imprevisti.

Intorno al Natale del ‘43 arrivano ai piedi del confine montano. Il 31 dicembre 1943, forse denunciate da chi aveva fornito loro il passaporto, Piera e la figlia sono arrestate in prossimità della frontiera italo-svizzera, portate nelle carceri di San Vittore di Milano e successivamente deportate ad Aushwitz. Insieme a loro ci sono altri livornesi, ci sono i Baruch, i Bayona, di origine turca, ma anche gli Abenaim, alcuni degli Attal. Delle 600 persone del convoglio, solo 20 faranno ritorno, tra loro Isacco Bayona, Liliana Sacerdote e Liliana Segre. Piera muore, dopo poco più di un mese di lavori forzati, il 6 febbraio 1944. Lia segue lo stesso destino della madre. Ammalatasi di tifo petecchiale, muore il 31 agosto 1944: non ha ancora vent’anni.

Le 17 “stolpersteine”

Le sei nuove “stolpersteine” vanno ad aggiungersi alle altre 17 già presenti in giro per Livorno: quattro sono state impiantate nel 2013 e dedicate a due bambine ebree Franca Baruch e Perla Beniacar, al ragazzo, Enrico Menasci, e al padre Raffaello. Altre due sono state impiantate nel 2014 e dedicate a Isacco Bayona e Frida Misul, testimoni dell’orrore della Shoah. Nel 2015 sono state dedicate a Dina e Dino Bueno, quelle del 2017 a Ivo Rabà e Nissim Levi, nel 2018 a Matilde Beniacar, ultima sopravvissuta livornese ai campi di sterminio.

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