Il ricordo di Lia Orlandi tra sketches e siparietti. Premio Vernacolo a Ballantini

Il trasformista livornese mosse i primi passi con il repertorio di Orlandi

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Pubblicato ore 07:00

  • di Simonetta Del Cittadino
  • foto nell’articolo di Glauco Fallani

LIVORNO – Se n’è andata in silenzio un anno fa Lia Orlandi Favilla, la signora del vernacolo livornese, figlia di Beppe, la grande anima di Livorno, colui che è riuscito a fissare nel tempo il volto più verace della sua città. Ce ne siamo accorti subito che qualcosa di importante ci era stato tolto, perché Lia era l’erede spirituale del grande Orlandi, colei che per tanti anni ci aveva guidato nel variegato mondo del teatro popolare, quel teatro che da quasi 100 anni ha messo a nudo il vero volto dei suoi concittadini, facendone vibrare le corde più profonde, un repertorio colorito nel linguaggio e nel gesto, ma mai becero e volgare!

Nella rassegna di Palcobaleno in Fortezza Vecchia si è voluto ricordarla in una sera di fine state, quando la stagione calda comincia a lasciarsi andare, in modo discreto, quando i giorni si fanno più corti e si cede alla tentazione dei ricordi. I principali attori del teatro vernacolare, Pacitto, Andreini, Bocci, Corsi, Macchia, Pacelli, Bardocci, Bechelli hanno voluto così renderle omaggio, interpretando le pagine più famose del teatro vernacolare, gli sketches e i siparietti che fecero conoscere Livorno in tutta la Toscana ed oltre. Orlandi, attore brillante e cantante, alla fine dei suoi spettacoli spesso allungava il brodo con scenette salaci e popolari, quei brani che divennero la spina dorsale del suo repertorio più amato.

Nell’ambito della serata Francesco Gazzetti ha consegnato il X premio del vernacolo a Dario Ballantini, livornese doc che proprio col repertorio di Orlandi aveva mosso i suoi primi passi come attore: con Stefano Favilla e Massimiliano Bardocci, nipoti d’arte, aveva fatto le sue prime esperienze attoriali per poi prendere il volo da Livorno, sempre però nel suo cuore.

Ma anche il nonno di Dario, Bruno Giuntini, aveva lavorato con Orlandi e siccome il DNA non è acqua, dai primi tentativi studenteschi, si arrivò nell’86 al palco della Gran Guardia dove “Gli Sfollati” ebbero 1500 spettatori a sera! Dario ricorda con piacere e anche un po’ di rimpianto quella gavetta iniziale che in parte lo forgiò per la sua carriera successiva, come il rito del trucco tramite il quale gli attori si trasformavano nelle “maschere” classiche del teatro di Orlandi: una parrucca, un grembiale, una pezzola, e voilà le Clorinde, le Ucrelie e le Baciocche, protagoniste di una Livorno che ormai non c’è più, dove la vita si svolgeva in comune e con più leggerezza.

Ma non è stata una commemorazione, è stata una bella serata dove la signora Lia, con garbo sopraffino ha sistemato fino all’entrata in scena degli attori, anche gli ultimi dettagli di uno spettacolo che solo apparentemente è andato in scena senza di Lei. Accompagnamento musicale di Stefania Casu. Bravo Franco Bocci e le Compagnie Livornesi Riunite a ricordarcelo perché Livorno, si sa, ha la memoria corta.

Le immagini sono di Glauco Fallani

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