Ciak Vintage: La Dolce Vita

Furono allestiti 80 set con un costo finale che superò i 540 milioni di Lire

di Gianluca Donati:

Questa settimana parleremo di un film eccezionale, che adoro particolarmente e che ha fatto la storia del cinema italiano e mondiale: sto parlando de “La dolce vita”, geniale opera del maestro Federico Fellini, pellicola che richiese un enorme impegno produttivo, in gran parte girato nei teatri di Cinecittà con l’allestimento di circa 80 set, con un costo finale che superò i 540 milioni di Lire, e che dopo due mesi di programmazione ebbe incassi superiori al miliardo e mezzo. Al termine della stagione cinematografica 1959-60 risultò il maggior incasso dell’annata in Italia.

Non si tratta di un film come tanti altri, bensì, di un capolavoro assoluto, uno spartiacque nella cinematografia nazionale e anche un fenomeno di costume: il film, infatti, oltre a distaccarsi formalmente dal neorealismo, destò clamore e scandalo per la descrizione della decadenza della morale del nostro paese di quell’epoca, soprattutto nella società alto-borghese e aristocratica. Realizzato nel 1959, la pellicola uscì nel 1960 e fu vincitore di numerosi premi, tra i quali, La Palma d’oro al 13º Festival di Cannes e l’Oscar per i costumi. Generalmente i film di Fellini, sviluppano le loro storie in forme episodiche, e nel caso de “La dolce vita”, questo è ancor più vero: la sceneggiatura scritta da Fellini stesso, in collaborazione con Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi e Pier Paolo Pasolini, procede con una trama che, di episodio in episodio narra la peregrinazione diurna e notturna per Roma, compiuta da Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), un giornalista e scrittore in crisi morale e spirituale, seguito da un fedele fotografo, Paparazzo.

Oltre alla fidanzata Emma, Marcello ha numerose avventure occasionali con altre donne e incontri con vari personaggi. La sua vita si svolge tra la mitica Via Veneto e i night-club della città, oppure in feste decadenti in case di amici o palazzi aristocratici, tra orge e droga. Per quei tempi, il film risultò scandaloso, tanto che rischiò il sequestro, ma fortunatamente, il mondo cattolico si divise e alla fine prevalse la considerazione che “La dolce vita” fosse un film che poneva una profonda riflessione etica e spirituale e il film poté uscire senza tagli. Molte le scene celebri che sono entrate nella leggenda, prima fra tutte, quella nella quale Anita Ekberg e Mastroianni, s’immergono nella fontana di Trevi, ma straordinari sono tutti i momenti magici di questa elegante pellicola, come l’incontro notturno al night-club tra Marcello e Maddalena (un’eccezionale Anouk Aimée), che dopo una chiacchierata in una piazza del Popolo deserta, incontrando una prostituta, la invitano a seguirli in un giro in auto per poi riaccompagnarla in periferia, e arrivati a casa della prostituta, Marcello e Maddalena, finiscono per fare l’amore.

Oppure la lunga scena del fanatismo collettivo intorno a due bambini che affermano d’avere visto la Madonna (ma si tratta di un falso miracolo). O ancora l’incontro tra Marcello e suo padre in un caffè di Via Veneto (completamente ricostruita nel teatro 5 di Cinecittà). O la scena della festa nella villa di aristocratici; fino a una delle scene più drammatiche, quella nella quale Marcello viene a sapere che il suo amico, l’intellettuale Steiner, ha ucciso i suoi due figli togliendosi poi la vita. Ma la scena più bella e moderna, resta il finale, quando, dopo una squallida orgia, Marcello e i suoi amici vanno sulla spiaggia, dove dei pescatori hanno portato a riva una strana creatura marina (figura cristiana, infatti, nell’arte paleocristica, Gesù era presentato come un pesce, e nel film, uno dei pescatori afferma che il pesce deve essere morto da tre giorni).

Dopo quest’apparizione misteriosa, Marcello viene chiamato da lontano da Paola, un’innocente ragazzina umbra conosciuta per caso in una trattoria e che si trova oltre un fiumiciattolo che separa i due (metafora che indica il definitivo distacco tra il materiale e lo spirituale); essendo lontani e a causa del rumore del mare, Marcello non riesce a udirne le parole: lei tenta di farsi capire a gesti, ma invano. Marcello alza la mano per un ultimo saluto e s’allontana per raggiungere il suo gruppo, mentre la ragazzina lo osserva allontanarsi con un sorriso tra il dispiaciuto e il tenero. Ed è qui che abbiamo il colpo di genio finale di Fellini, infatti, questa candida ragazzina – che rappresenta l’impersonificazione della “grazia” (nel senso cristologico) – continua a osservare Marcello (alter ego di Fellini), che ormai è tagliato fuori dall’inquadratura, e lo sguardo della ragazzina, alla fine, incrocia l’obbiettivo della cinepresa, finendo così per guardare negli occhi gli spettatori che stanno guardando lo spettacolo. Con questo straordinario espediente tecnico e poetico, Fellini obbliga ogni spettatore a identificarsi con Matroianni-Fellini, in quanto “tutti peccatori”, ma, come tali, tutti salvabili dalla grazia cristiana.

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