Andrea Scanzi e la sua analisi ingegnosa e avvincente di Giorgio Gaber

Il giornalista è stato protagonista di uno spettacolo in Fortezza Nuova

Andrea Scanzi. Foto: Carlo Galliotto fotoclub Padova
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Pubblicato ore 07:00

  • di Sandra Mazzinghi

LIVORNO – Andrea Scanzi è considerato uno dei giornalisti più controversi (e odiati?) sui social. Eppure, e lo seguo da anni, ritengo che ci sia un assoluto distacco tra quello che è il mondo dei social e il mondo reale: è spesso in TV, soprattutto su La7, scrive sul Fatto Quotidiano ed è firma di MicroMega, i libri che pubblica vendono, e anche bene. Quando fa una serata i teatri sono gremiti e sappiamo quanto è difficile oggi fare i sold out: eppure se c’è Scanzi sul palco, la gente esce di casa, compra il biglietto (caruccio, anche) e lo va a vedere/sentire. Come il 5 luglio, sul palco della Fortezza Nuova, dove ha portato lo spettacolo “E pensare che c’era Giorgio Gaber“ da lui scritto e interpretato con la regia di Simone Rota.

Foto: Carlo Galliotto fotoclub Padova

Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Gaber, è uno scorrere di immagini e filmati a cui si affianca l’analisi ingegnosa ed avvincente di Scanzi che diventa il co-protagonista accanto a Giorgio Gaber. Che non c’è sul palco, ovvio. Ma è comunque lì sul palco. Una sedia vuota, che sostituisce la sua presenza fisica, l’unica scenografia. Giorgio e Andrea sono insieme lì sopra.

Narrazione in piedi e una scelta di comunicazione teatrale di taglio semplice e tuttavia efficace, capace di rendere il suo ossequio scenico un colloquio di spessore con uno dei più grandi geni del novecento. Il principio dello spettacolo è dal tramonto dell’esistenza del Signor G., quando per la sua malattia stava sulla sedia del palco con la gamba intirizzita, gonfio e malandato, e poi Scanzi di colpo va al primo Gaber cantautore, e ricorda il “popi-popi” della sua Torpedo blu del 1968.

Il tempo passa e l’emozione, anche dell’interprete, cresce, coinvolgendo quel pubblico che l’opera di Gaber l’ha conosciuta ed amata, quelli che come me sapevano dell’esistenza di un genio, ma che lo ritenevano troppo genio e sappiamo che gli spettacoli di Gaber ti impegnano sempre un surplus di intelligenza. Oppure i giovani di oggi che forse non sanno neanche chi fosse Giorgio Gaber.

Foto: Carlo Galliotto fotoclub Padova

Dal mio posto in prima fila seguo benissimo e sono immersa nei tempi lontani di quando, piccolina, sentivo termini come sinistra, democristiani, socialisti e repubblicani. Sono i tempi dei vari movimenti, oramai morti, di operai, di studenti, di femministe, che riempivano le piazze, sono i tempi delle stragi, ma anche il tempo degli ideali, anche se utopici, in cui tante persone si trovavano insieme in una piazza. Adesso quel tempo non c’è più.
E senti che quel tempo è proprio scomparso quando Andrea Scanzi ricorda il recital della svolta, scritto da Gaber con Sandro Luporini, pittore viareggino, con cui il cantautore aveva un rapporto di collaborazione professionale simbiotico.

Andrea Scanzi. Foto: Carlo Galliotto fotoclub Padova

Scanzi durante lo spettacolo cita “Polli d’allevamento” che andò in scena nella stagione 1978-79: Gaber e Luporini trasmettono la delusione per un’apatia dei giovani che oramai, dopo un decennio di valori del cambiamento, lottano solo “per atteggiamento”. I due artisti decidono di distanziarsi da tutto e attaccare la politica nel brano-invettiva: “Quando è moda è moda”, sette minuti in cui Gaber inveisce contro chiunque proclami il proprio essere alternativo, ma in fondo poi nessuno lo è davvero e siamo tutti omologati. “Non so cos’è successo a queste facce a questa gente, se sia solo un fatto estetico o qualcosa di più importante” (tratto da “Quando è moda è moda), gente che prima combatteva il padrone e dopo poco ne ha tutti i vizi. È un attacco attualissimo. Dopo due anni, sempre con Luporini, scrive il pezzo più censurato, “Io se fossi Dio” in cui se la prende con la politica, coi politici: “che siano untuosi democristiani o grigi compagni del PCI son nati proprio brutti o perlomeno tutti finiscono così… compagni socialisti… con la vostra schifosa ambiguità ringraziate la dilagante imbecillità”. Canzone vera, lungimirante e profetica: anche perché oggi è l’imbecillità totale che dilaga nella politica. Se non sei imbecille, non puoi essere politico.

Andrea Scanzi, da abile comunicatore, non cade mai nella loquacità oratoria, che il rischio ci sarebbe stato in un’ora e mezzo di scena, ed emozionato verso le ventitré e trenta, saluta la platea della Fortezza Nuova.

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