“Amedeo, je t’aime”, quando l’amore diventa ossessione

Presentato ieri pomeriggio il libro della scrittrice Francesca Diotallevi

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Da sinistra: Tommasi, Mazzinghi, Diotallevi, Paron, Pasqui. Foto: Valeria Cappelletti
  • di Valeria Cappelletti:

LIVORNO – “Parigi, gennaio 1920. Il buio è sempre più intenso prima dell’alba, è quell’incerto istante in cui non è più notte e non è ancora mattino… è tempo che vada, appoggio le mani alla ringhiera, è ghiacciata e il gelo brucia le mie dita. La strada sotto sembra un fiume lontano che si perde nella nebbia, è così lontana da qui, sembra irraggiungibile, guardarla mi fa girare la testa ma non distolgo lo sguardo, voglio guardare in faccia il destino che ho scelto… Lo so, lo sento non ci sarà perdono per quanto sto per fare. Mi chiamo Jeanne e questa è la mia ultima alba“. Comincia così il romanzo “Amedeo, je t’aime” scritto da Francesca Diotallevi presentato ieri pomeriggio alla TST Art Gallery di Corso Amedeo nell’ambito dell’evento dal titolo “Ossessioni“.

Paola Pasqui legge alcuni brani del libro. Foto: Valeria Cappelletti

La scrittrice, nata a Milano, laureata in Beni Culturali, ha scelto di raccontare la vita di Modigliani da un punto di vista diverso dal solito, attraverso colei che ha accompagnato il pittore nell’ultimo periodo della sua vita: Jeanne Hébuterne. La presentazione si è svolta alla presenza di un folto pubblico con Sandra Mazzinghi nelle vesti di moderatrice, con il fotografo Stefano Tommasi che ha partecipato all’evento con alcune sue foto (clicca qui per leggere l’intervista) e con l’attrice Paola Pasqui che ha letto alcuni passi del libro. Presente anche l’assessore Andrea Morini in rappresentanza del Comune di Livorno che ha dato il patrocinio all’iniziativa. Un romanzo toccante, avvincente ma carico di grande sofferenza: “Non volevo raccontare una storia d’amore lieta o felice – ha detto l’autrice – il loro è stato un amore malato, un amore ossessivo, tossico, loro non si fanno del bene a vicenda, o meglio Jeanne fa del bene a Modigliani, ma lui no a lei”.

E proprio da qui il titolo “Ossessioni”, perché: “Modigliani ha una sola ossessione, l’arte – spiega Mazzinghi – così come Jeanne ha una sola ossessione, quell’unica emozione che le fa battere il cuore, l’amore per Amedeo. Perché diventare dipendenti di un’altra persona è un’ossessione, così come lo è un amore che annulla qualsiasi altra percezione e fa perdere se stessi”.

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L’autrice Francesca Diotallevi. Foto: Valeria Cappelletti

Francesca, i tuoi libri precedenti “Dentro soffia il vento” e “Le stanze buie” sono opere di finzione, qui invece racconti un fatto storico, reale, seppur romanzato. Come è nata l’idea?

Intanto sono onorata di presentare il mio romanzo, proprio qui a Livorno, che è la città natale di Modigliani. La prima volta che ho sentito parlare di Jeanne mi trovato a Parigi e avevo con me il libro di Corrado Augias “I segreti di Parigi” che racconta cose inedite della città, un capitolo è dedicato a Modigliani che i francesi chiamavano “cigno di Parigi” e qui accenna anche a Jeanne come sua ultima compagna. Ma l’idea di scrivere il romanzo mi è venuta perché avevo letto un altro libro, “La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier che racconta la storia del pittore Jan Vermeer però da un punto di vista inedito cioè da quello di un membro della servitù e non racconta l’artista Veermer ma la storia dell’uomo. Subito dopo aver letto il libro sono andata a vedere la mostra a Roma e mi sono resa conto che riuscivo a vedere i quadri con un occhio diverso; sapendo la sua vita anche se romanzata, riuscivo a interagire meglio con i suoi quadri, quindi sono andata dritta nel bookshop con l’idea di voler scrivere anche io la storia di un artista, in fondo ho sempre fatto studi sull’arte che è la mia passione. Mentre ero al bookshop mi sono avvicinata al dossier di Modigliani, un artista che mi ha sempre incuriosito, ho preso dei libri e ho iniziato a leggerli così mi son imbattuta nel personaggio di Jeanne, ogni volta c’era sempre un capitoletto a lei dedicato.

Come mai hai deciso di raccontare la storia dal punto di vista di Jeanne?

Ero curiosa di capire come può una persona arrivare a fare un gesto così incomprensibile: Jeanne si uccide quando era incinta all’ottavo mese del secondo bambino concepito con Amedeo. Jeanne in tutte le biografie di Modigliani rimane sempre sullo sfondo e per lo più criticata per questo gesto estremo e quindi ho deciso che avrei scritto la storia di Modigliani ma attraverso Jeanne in modo da raccontare anche di lei, un personaggio sfuggente, misterioso in tutti i libri ma che nella vita di Modigliani ha avuto un peso importante.

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Foto: Valeria Cappelletti

Cosa ti ha colpito di più di Jeanne?

Il suo essere completamente indipendente in un’epoca in cui le donne non lo erano. Lei aveva mentito ai genitori per studiare arte, aveva una discreta libertà di movimento, nel senso che usciva con le amiche, stava fuori spesso anche la notte e i genitori non la sorvegliavano più di tanto, però poi a un certo punto, quando conosce Modigliani, fa un passo indietro, diventa la donna ombra di Amedeo che per esempio non vuole che esca la sera, che vada nei caffè. Lei che prima di conoscerlo era molto più avanti delle donne dell’epoca inizia una sorta di involuzione fino a cadere in questa ossessione. Tutti gli interessi che lei ha, suona il violino, legge Nietzsche, dipinge, di colpo spariscono, sta a casa e fa tutto quello che il suo uomo le dice di fare. Jeanne diventa devota, umile, silenziosa, un’ombra sempre pronta a sostenere l’artista e a rimettere insieme i suoi pezzi. Una donna per stare con un uomo così deve avere coraggio ma deve anche perdere se stessa.

Il romanzo ha richiesto uno studio molto articolato, in quanto tempo lo hai scritto?

In sei mesi, in un tempo breve ed è stato molto intenso, era anche un periodo in cui avevo tanto tempo da dedicarvi perché mi ero trasferita in un’altra città, stavo cercando lavoro, e di fatto passavo tutta la mia giornata a scrivere quindi è stata una full immersion emotivamente sfiancante.

Da dove è nata questa tua passione per Modigliani?

Con Modigliani ho un rapporto di lunghissima data nel senso che è il primo artista su cui ho posato gli occhi in maniera indiretta perché mio padre si dilettava a dipingere opere che richiamavano quelle di Modigliani e quindi quando ero bambina la mia casa era piena di questi dipinti. Modigliani era insomma un po’ come uno di casa anche se lo conoscevo in modo superficiale. Un artista costantemente oppresso dall’idea che la sua arte non venisse apprezzata da nessuno e che aveva bisogno di una persona accanto che fosse in grado di prendersi cura di lui, trovandola in Jeanne.

Insieme a Stefano Tommasi, hai visitato la casa natale di Modigliani. Quali impressioni hai avuto?

È stato bello poter salire le scale che lui ha percorso centinaia di volte, entrare nelle stanze dove ha mosso i primi i passi e cercare di immaginare che in quella casa probabilmente ha pensato per la prima volta che poteva diventare un artista.

Nel corso della presentazione sono anche stati offerti ai presenti i cioccolatini “Il sogno di Dedo” della Cioccolateria Assolo.

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