Gianni Amelio: “Lo scrittore è l’unico critico di se stesso”

Presentato ieri pomeriggio il suo primo romanzo "Politeama"

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Gianni Amelio
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CASTIGLIONCELLO – “Uno dei più piccoli scrittori dell’ultimo secolo e mezzo”, così si definisce Gianni Amelio che, ieri pomeriggio, ha presentato il suo primo romanzo “Politeama” (Edizioni Mondadori), alla Limonaia di Castello Pasquini. Quarto incontro della rassegna “Più donne che uomini” e che ha già visto, tra gli altri, la presentazione del libro di Veronica Pivetti. A moderare l’incontro Masolino D’Amico.

“Si dice che ci siano molti più scrittori che lettori – ha detto il regista di “La Tenerezza” – perché sembra facile scrivere, tutti abbiamo vissuto delle cose, però ci sono tanti scrittori della domenica, con tutto il rispetto, che il romanzo dovrebbero tenerlo nel cassetto, così come i registi della domenica dovrebbero lasciare nel contenitore la “pizza” (la bobina della pellicola n.d.r.). Io ho lavorato tanto su di me per inventarmi un modo di comunicare attraverso le immagini e i suoni, così come sto faticosamente lavorando su di me e con me per inventarmi un altro modo di comunicare”.

“Politeama” è un libro che non presenta descrizioni, ma in compenso ha molti dialoghi. Si potrebbe definire un romanzo di formazione: la storia segue la vita di Luigino, un bambino nato in un paesino della Calabria subito dopo la guerra, e questo percorso si conclude quando il ragazzo compie 20 anni. Di Luigino vengono raccontate le avventure, le vicissitudini. Amelio ne parla così: “Credo che il bambino si difenda molto da se stesso e dagli altri, però non si difende dall’amore, quell’amore che incontra a 17 anni e che lo porterà a pardersi. Così come la madre lo ha generato quando ancora era una bambina, così lui fa tutto molto in fretta: a 20 anni è già vecchio, ha già fatto tante cose, è già padre. Ha vissuto una vita piena, gli è successo ciò che ad altri capita in 60 anni di esistenza. Ha una tempra potente che gli permette di affrontare ogni difficoltà” e di realizzare con tenacia il suo sogno, quello di diventare cantante, ma ha un problema: ha una voce da donna.

gianni amelioScritto in 28 giorni, il libro nasce da una ventina di righe che Amelio aveva redatto un anno prima e che poi aveva accantonato, venti righe autobiografiche nate da un’esperienza personale che però, precisa, viene completamente rovesciata. “L’autobiografia è sempre un rifarsi a dei ricordi falsi, tu tiri in ballo cose che sembra ti siano accadute ma in realtà ti hanno solo sfiorato e per raccontarle come cose tue le devi deformare, romanzare. Dentro quelle venti righe c’è una cosa che mi è accaduta veramente: avevo una sorella più piccola di me ed è morta a 2 anni, mia madre è quasi impazzita dal dolore e io, molto tempo dopo, mi sono reso conto che l’avevo salvata: non era impazzita perché aveva una presenza a cui badare, cioè me. Mia madre non mi parlava, agiva solo attraverso i vestiti di mia sorella e così, partendo da questa vicenda, nelle venti righe scritte mi sono inventato che la madre di Luigino lo vestiva con gli abiti di sua sorella, anche lei morta. Ecco qui l’intervento romanzesco su una storia vera e per fare questo ho dovuto rovesciare tutto, compreso l’età della sorella di Luigi, che è più grande perché solo così gli abiti della bambina potevano stare al protagonista”.

L’intervista ad Amelio porsegue affrontado più da vicino il rapporto con il cinema. Come sceglie un film quando non è lui a scriverlo? “Lo scelgo dal sentimento che provo in quel momento o dal sentimento che mi dà la storia scritta da un altro. Io mi sono incontrato e scontrato con romanzi non da poco, la mia avventura più grande è stata “Il primo uomo” di Albert Camus, poi “Porte Aperte” di Leonardo Sciascia e “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia, fino a “La Tenerezza” che forse è stato quello più ostico perché in alcuni aspetti non mi sono ritrovato, mi sentivo respinto da quello che il narratore raccontava. Però, visto che mi andava di fare un film, ho completamente stravolto, moralmente stravolto, le cose che voleva dire l’autore”.

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Masolino D’Amico

E del rapporto con gli attori, Masolino D’Amico chiede ad Amelio se sia lui a prendere buoni attori o se sia lui a farli diventare buoni: “Sono io che li scelgo per la parte che devono fare. Forse l’unico che poteva fare tutto era Marcello Matroianni. Basta solo prendere tre titoli “La dolce vita”, “Il bell’Antonio” e “Divorzio all’italiana”, lui era l’eccezione del cinema italiano”. Infine un accenno a “La Tenerezza”, ultimo film di Amelio: “Gli attori bisogna amarli come si devono amare i personaggi di un romanzo. Ci sono attori adatti a fare una parte ma che non potrebbero farne un’altra. In “La Tenerezza” nella parte finale ho inserito un attore che ha sempre fatto fiction, ma che era adattissimo per quella parte per il suo bell’aspetto che era proprio l’opposto ciò che desiderava la protagonista”. E poi ancora sul cinema ha detto: “Bisogna imparare osservando, stando in un angolo, e poi un giorno si arriva a rubare, perché l’arte vera del cineasta è saper rubare, forse in letteratura questo è più difficile da fare. Il cinema si impara facendo l’aiutante di qualcuno che ne sa più di te, ma oggi tutto questo quasi non avviene più”.

Infine Amelio rivela che ha già in mente un secondo romanzo. “Quello che il lettore non vuole è la piattezza – ha concluso – è disposto ad ascoltare storie autobiografiche purché riescano a stupirlo. È più facile mettere insieme un film perché ci sarà l’operatore, il costumista, l’attore che danno una mano al regista, ma quando scrivi un romanzo sei solo, non puoi chiedere aiuto ai tuoi collaboratori, quindi devi essere tu il critico di te stesso“.

Valeria Cappelletti

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