Sbiadiscono le memorie sui ponti della Venezia: lasciate all’incuria le antiche incisioni

Le iscrizioni in Via Borra e Via della Madonna rischiano di scomparire

Le incisioni sulla spalletta del ponte in via Borra. Foto: Jacopo Suggi
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Pubblicato ore 12:00

  • di Jacopo Suggi

LIVORNO – Il ponte di marmo in Venezia è un monumento tristemente poco noto ai cittadini, o almeno così parrebbe vista l’incuria che da tempo lo colpisce. Sono diversi i ponti nel quartiere la Venezia, ma questo situato in Via Borra, al quale si aggiunge anche quello di via della Madonna, è particolarmente speciale e significativo per la storia di Livorno.

Il ponte fu costruito inizialmente nel 1629 con lo sviluppo del quartiere e ricostruito nel 1734 nei pressi della Porta dei Navicelli. La sua importanza non è data però solo dalla sua antichità, ma dalle incisioni che sono impresse sulle sue spallette di marmo, dove facchini, marinai e barcaioli, che animavano il quartiere, incisero a perpetua memoria epitaffi, iscrizioni e graffiti dedicati ad amici e colleghi defunti o spesso scomparsi durante lo svolgimento del loro duro lavoro, inghiottiti dal mare e mai più ritrovati. Lo stesso accadde anche per il ponte in via della Madonna.

Venivano così incise nel marmo iscrizioni collocate in edicole accompagnate dalle sigle PAX, PPL, o DOM, ma anche angeli, croci, cipressi, urne, ghirlande, ed ex voto. Così a Livorno, i figli del popolo potevano essere ricordati nel marmo, materiale tanto pregiato, da essere spesso destinato alla commemorazione dei potenti. Il nome del defunto era eternato alla vista di tutti, in un punto di transito e di ritrovo, dove come notava la scrittrice Angelica Palli che scrisse del ponte nel 1856 in “Cenni sopra Livorno e i suoi contorni”, il popolano veniva ricordato alla stregua di un eroe omerico, mettendo in rilievo il soprannome con cui era conosciuto fra le sue genti. Francesco Brandi detto l’Asso, il Succhiariso, il Moschino, il Francese, Moretto, sono solo alcuni dei soprannomi che l’autore leggeva nelle spallette, e ora di difficile lettura. Talune iscrizioni erano completate dalla causa del decesso: “si dice morisse per un colpo di coltello” oppure “fu rapito dal Rio Morbo”. Altre volte si ammoniva l’avventore di fermarsi e di “pregare per lui”. Queste incisioni antiche, principalmente del XIX secolo, ma alcune anche del secolo precedente, non sono solo epitaffi ma vi si leggono anche altre memorie “W l’Italia” o “Dopo 17 secoli – il di 20 I settembre MDCCCLXX – l’Italiani a Roma”.

Sono iscrizioni a cui il popolo demandava le sue memorie e speranze, tanto che Angelica Palli descrisse il ponte come “un cenotafio consacrato dai figli della Venezia livornese alla memoria dei loro morti” e che ora giorno dopo giorno, anno dopo anno, diventano ricordi sempre più sbiaditi, lasciati alla mercé delle intemperie e degli agenti esterni. Negli ultimi anni l’argomento è salito alla ribalta molto raramente, e tranne un progetto portato avanti dalla cooperativa Amaranta che fece il calco delle iscrizioni, ben poco altro si è fatto. Manca qualsiasi cartello informativo che segnali e illustri i due ponti, che spesso finiscono preda dell’incuria, con la vegetazione che vi cresce sopra e di scritte a spray che li deturpano, ma se non si interverrà con un serio progetto di restauro e di valorizzazione questo peculiare tesoro livornese sparirà definitivamente.

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