Le pietre d’inciampo dedicate ai livornesi Ada e Benito Attal per non dimenticare mai

Una cerimonia intima e toccante alla presenza anche di tanti bambini

Le due pietre d'inciampo circondate da fiori. Foto: S. Del Cittadino
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Pubblicato ore 10:37

  • di Simonetta Del Cittadino

LIVORNO – Può una mamma abbandonare il figlio in pericolo, anche a costo della sua vita, quando questo pericolo si chiama orrore, deportazione e morte? Può pensare a salvarsi? No, non può e quindi Ada Attal andò incontro alla sua sorte cercando di salvare il figlio Benito dalla furia omicida del nazismo. Nell’aprile del 1944, grazie alla delazione del collaborazionismo fascista, furono catturati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz ed insieme a migliaia e migliaia di ebrei, volarono via attraverso il camino del grande forno crematorio.

Una storia come tantissime purtroppo, che ieri, 26 gennaio, Livorno ha voluto ricordare ponendo due pietre d’inciampo dedicate proprio ad Ada e Benito Attal, davanti alla loro casa di via San Francesco 32, con una cerimonia intima e toccante a cui hanno partecipato moltissimi cittadini, muti e commossi davanti al racconto di chi era presente al grande orrore. (Qui l’articolo con tutte le pietre d’inciampo poste a Livorno).

Foto: Comune di Livorno

La significativa iniziativa si deve alla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con il Comune di Livorno rappresentato dall’assessore Rocco Garufo, alla Comunità Ebraica, alla Diocesi e a Istoreco in occasione del
Giorno della Memoria (oggi 27 gennaio), istituito dall’ONU nel 2005 per non dimenticare il genocidio di 6 milioni di ebrei.

I ricordi ancora nitidi di chi era presente quel giorno, la lettura di alcuni salmi da parte del rabbino capo di Livorno, Abraham Dayan, il monito dell’assessore a non dimenticare mai, hanno creato una bolla temporale di un passato ancora presente: Livorno, città libera senza ghetto, aveva permesso a tutti gli appartenenti di razze e religioni diverse, di venire a popolare le sue strade, le sue piazze, il suo porto. Purtroppo come ben sappiamo la follia nazista apportò ad una storia di pace un orribile finale.

Ma quando i testimoni non ci saranno più? E quando nessuno potrà dire “Io c’ero?”. Come si farà a trasmettere alle nuove generazioni i ricordi di questa grande tragedia perché non si ripeta ? Ed ecco allora le pietre d’inciampo poste davanti alle case delle vittime dell’orrore perché, diceva Primo Levi: “La memoria e il nome dei martiri non si perda e ci ricordi chi fra noi ha pagato il prezzo più alto anche per darci la libertà”.
E sulle note struggenti del film di Stephen Spielberg “Schindler’s List”, un gruppo di bambini ha posto in silenzio su quelle pietre splendenti, dei sassolini bianchi, l’ultimo omaggio a chi invece di avere una tomba, era passato per il grande camino di Auschwitz.

“Ma lui è mio figlio, dove va lui vado io”

Di seguito il racconto della deportazione di Ada e Benito Attal (fonte: Comune di Livorno):

Ada abitava in via San Francesco insieme alle sorelle Irma e Renata, allo zio Carlo e al padre Davide. Ada è zia di Edi Bueno testimone in questi anni nella nostra città della persecuzione e della deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz dei suoi familiari. La famiglia Bueno Attal vive in centro a Livorno. Durante la guerra le famiglie Attal e Bueno sfollano a Marlia in provincia di Lucca. Qui verranno arrestati e poi deportati.

Ada e Benito non seguono la famiglia a Marlia. In quegli anni Ada cresce da sola suo figlio, e lo affida all’orfanatrofio israelitico che ha sede in via Paoli 36 a Livorno. L’istituto della comunità ebraica sostiene i bambini in difficoltà, perché figli di famiglie povere, o di genitori separati o di ragazze madri. Tra il gennaio del 1942 e il febbraio del 43 l’orfanatrofio viene trasferito a Sassetta, nella Villa Biasci affittata dalla comunità ebraica per far sfollare i bambini e portarli in un luogo che si sperava essere più tranquillo e sicuro.

Il 30 novembre 1943, con l’ordine di polizia n°5, il ministro dell’Interno Guido Buffarini Guidi, disponeva l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei residenti in Italia, nonché l’immediato sequestro dei loro beni mobili e immobili. Il 21 dicembre del 1943 furono sequestrati i beni immobili e mobili della maestra e dei bambini dell’orfanatrofio. I ragazzi, almeno quelli più piccoli, non si resero conto di ciò che stava accadendo intorno a loro. La sera del 3 aprile 1944 qualcuno bussò al primo piano di Villa Biasci. La direttrice disse ai bambini di prepararsi e di vestirsi il più possibile; i bambini e la maestra furono caricati su un camion e condotti alla Stazione di Vada: destinazione campo di concentramento di Fossoli. Il convoglio ferroviario aveva percorso poche centinaia di metri dalla Stazione di Vada, quando in cielo apparve un aereo. Una bomba colpì la locomotiva, ferendo gravemente il macchinista e il frenatore. Un altro aereo mitragliò il treno; i bambini scesero dal treno e si gettarono nei fossi e nei campi intorno alla linea ferroviaria. Immediatamente arrivò Don Vellutini sacerdote di Vada, che radunò tutto il gruppo per portarlo in paese; i bambini vennero accolti dalle famiglie di contadini della zona e qui passarono la notte. La popolazione fu solidale pur essendo consapevole del rischio che correva aiutando ebrei. Il giorno seguente Don Vellutini si attivò per far portare i bambini a Livorno. Il viaggio avvenne in camion, i ragazzi furono trattenuti ad Ardenza, nella Scuola Giosué Carducci.

Ada si recò alle scuole Carducci per chiedere la restituzione del figlio e in quella occasione entrambi furono arrestati. Deportati a Fossoli, partirono per Auschwitz il 16 maggio 1943, Benito fu ucciso all’arrivo il 23 maggio 1943. Il convoglio era il numero 10, lo stesso su cui fu deportata Frida Misul.

Ugo Bassano, testimone di quei giorni, insieme alla sorella Luciana, ricorda che Benito era un bambino taciturno, le sofferenze e i traumi della guerra e delle persecuzioni l’avevano profondamente segnato. “A dieci anni Benito era infelice”, ricorda Ugo. Sempre dalla testimonianza di Ugo sappiamo che la mamma Ada era stata avvertita del pericolo che correva andando a prendere Benito a scuola e che lei avesse risposto: “Ma lui è mio figlio, dove va lui vado io”.

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