Un Soldo di Cacio: un festival letterario a Livorno

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Carissimo signor Cacini,

lei che ha un aggancio diretto, potrebbe farmi una cortesia grande come il mondo? Io desidererei tanto un bel festival letterario a Livorno, ma di quelli seri come “Pordenone legge”, il festival di Letteratura di Mantova o di Roma, per citarne alcuni tra i più famosi.
Non che quelli meno famosi siano meno interessanti, ebbi modo molti anni fa di partecipare a un festival di poesia a Vlora e ancora me lo ricordo per la bella organizzazione.
Io son convinta che il professor Cecchini sarebbe un direttore scientifico ad hoc e che non gli dispiacerebbe farlo nel mio rione adorato, Fiorentina, un quartiere che avrebbe tanto da far scoprire e che è purtroppo poco conosciuto. Glielo può chiedere? Non ce l’ho con i writer, ma di Keith Haring ne è nato uno e Franko Dine è di là dall’Adriatico, fra l’altro nativo di Vlora anche lui, e riserva la sua maestria all’Albania, paese dove mi capita spesso di andare per motivi personali e familiari e che le consiglio, un fervore di energia che vorrei davvero importassimo.
Lei come vive questo periodo di scontri durissimi e di fazioni che non sembrano trovare un punto d’incontro? A me pare, ma poi la mia opinione vale quanto un soldo, appunto, di cacio, che davvero si potrebbe ritrovare coesione partendo dal basso, trovarsi nelle cantine, nelle botteghe di vino sfuso (visto? non parlo di enoteche, non ci sono a Fiorentina, per grazia di Dio), nelle officine. Ma lo sa che a Vlora basta un bicchierino di Raki e si comincia a ballare una danza sui selciati, ma ci fosse una persona che se ne stupisce, è una cosa normale, è la condivisione del poco che si ha, e questa danza diventa quasi un servizio per l’altro, per l’esterno, ma non è bellissimo?
Insomma, qui da bollire in pentola non manca niente, fare, condividere, vivere il territorio, e pazienza se la grappa brucia perché non è affinata in barrique, a furia di affinare abbiamo perso chi siamo, ma arrivo buona ultima, dietro a Pasolini e a Fatos Arapi, lo legga se le capita.
Avanti così.
Marisa (orgogliosamente da) Fiorentina – Quartieri Nord

Cara Marisa,

vorrei fugare un dubbio che ogni tanto mi viene avanzato circa le lettere che ricevo. Queste lettere, inclusa la sua, sono vere, nel senso che vengono realmente spedite alla redazione e poi la solerte Valeria Cappelletti, che io ringrazio tanto per la pazienza, me le recapita.
Ci tengo a questa precisazione perché talvolta nelle lettere si parla bene di me e delle mia storia, per cui è proprio una questione di buongusto, via.
La ringrazio di cuore per questo bicchierino virtuale di Raki e per la bellissima immagine della danza sui selciati. La condivisione del poco che si ha, mi trova totalmente concorde, e penso anch’io che quella sia la strada.
Quanto alla questione che lei propone, devo dire che Livorno in ambito letterario non è sprovvista di festival e di iniziative. Tanto per fare un esempio, quello che si svolge nel periodo estivo nei parchi cittadini e che si chiama “LeggerMente” è a mio avviso di ottimo livello, ha una formula per niente dispersiva ed è seguitissimo. Ma sono davvero tanti gli incontri messi in piedi dalle librerie, dalle associazioni, dagli editori, dai gruppi di lettura, dai singoli. A conferma della vivacità del nostro territorio, che è una cosa che mi piace sempre registrare. Per dirgliene un’altra, Marisa: lei lo sapeva dell’esistenza del “libraio di Nugola”? Fantastico.
D’altra parte, non credo che il mio autore sia tagliato per quello che lei suggerisce. A lui fondamentalmente piace scrivere, se ne sta a giornate sane rintanato in biblioteca e credo che tutte le operazioni da imbastire, in primis quelle burocratiche, costituirebbero per lui una insostenibile scocciatura. Preferisce dare il suo piccolo contributo le volte che capita, per iniziative singole ma sentite e significative. Tipo l’altro giorno ha avuto proprio piacere ad accompagnare Piera Ventre nel primo incontro per il suo nuovo libro, insieme ad Antonio Celano.
Ecco, più che sui festival bisognerebbe interrogarsi su questa faccenda delle presentazioni dei libri, per elaborare una formula che funzioni veramente. In qualità di personaggio, butto lì il problema ma mica ho le idee chiare. Il fatto è che si tratta di un ibrido talvolta scomodo. Si parla di noi personaggi, delle nostre storie ma guai a dire troppo; bisogna mettere la curiosità ma non si può andare a fondo. Non so, per altri strumenti di espressione artistica le formule sono più consolidate: i miei amici personaggi cinematografici, ad esempio, hanno a disposizione il trailer.
A volte mi capita di discuterne con qualche autore. C’è chi propone di parlare in generale di scrittura, ma così secondo me il romanzo perde centralità; è il medesimo inconveniente se si parla solo dell’autore: dei suoi gusti, dei suoi procedimenti, delle sue abitudini.
La presentazione del libro di Enrico Pompeo è iniziata brutalmente con la richiesta di interventi dal pubblico, un momento decisamente annoso, di solito relegato nella zona conclusiva con la formula: “Se ci sono domande dal pubblico…” a cui segue sempre un silenzio imbarazzato, con il moderatore che giunge poi in soccorso: “Vabbè, intanto che ci pensate, ce l’ho io una domanda…”. Non so, magari iniziare con le domande dal pubblico – e alla presentazione del libro di Pompeo ce ne sono state – è un modo per aggirare la prima, immancabile, puntualissima questione: “Com’è nata l’idea di questo libro?”, con cui tutti noi attacchiamo sistematicamente.
Forse le presentazioni migliori sono quelle che si trasformano in una chiacchierata in cui si condividono le impressioni sul libro, che se ne sta lì a metà strada tra autore e lettori. Perché fondamentalmente in questo la lettura consiste: l’autore apre spazi, il lettore ci si addentra e li rimodula con la propria sensibilità.
Per questo motivo, ritengo molto significativi gli incontri con chi il libro lo ha già letto: quelli nelle scuole o con i gruppi di lettura, ad esempio.
L’altro giorno il mio autore ha incrociato una recensione che gli è garbata parecchio. In uno dei passaggi il critico, che si chiama Fabio Dell’Armi, scrive: “Se non do dettagli sulle circostanze della storia e caratteristiche del protagonista è perché non sarebbe giusto demolire la delicata impalcatura con la quale l’autore ci eleva e ci fa accedere gradatamente alla situazione che determina il racconto”.
Se queste righe consistano in una richiesta di fiducia incondizionata, chi lo sa. Probabilmente vogliono dirci che sopra un romanzo, gira e rigira, è inutile farci troppi discorsi: chiede solo di essere letto. Tuttavia, perché questo avvenga, è necessario far sapere della sua esistenza, presentandolo e presentandone i contenuti.
Che fare, dunque? Io, al solito, una risposta nelle mie tasche bucate mica ce l’ho.

Grazie di cuore, Marisa. E un abbraccio grande.
Cacio

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