Un Soldo di Cacio: tutto il mondo è politica

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Share

Pubblicato ore 12:00

n. 50

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Sig Cacini,
le scrivo perché in questo periodo ci sono così tante cose di cui parlare che ci si perde la trebisonda. A lei piace la politica? Per me tutto è politica, non solo quella dei nostri rappresentanti istituzionali, che a volte sembra fissino apposta le decisioni importanti in orari astrusi per prenderci nel sonno, ma anche quella più nobile, la polis, intesa come un’agorà di persone che partecipano attivamente e decidono insieme, senza prevaricazioni.

Ho un’età sufficiente da ricordare linotype e rotative, che meraviglia quella carta stampata che forse macchiava un po’ le mani ma che le scaldava come un pregiato filone di pane, pregiato nel ricordo, forse, più che nella realtà, ma com’era bello appassionarsi alla lettura politica, allora; mi piacerebbe invece essere cilena oggi, per festeggiare quella giovane speranza che ci riporta a Salvador Allende, laddove noi rischiamo un pregiudicato alla carica più nobile, quella che fu del partigiano Pertini, che tristezza, Cacio mio.

Ma basta con i brutti pensieri, lei che regali ha preso per Pitore? Semplici ed educativi, in legno riciclato, o sgargianti e sfarzosi? Io ai miei nipoti Gabriele e Yari ho comprato un abaco per ciascuno, speriamo non me lo tirino.
Auguri, Cacini, mi son così abituata a lei che quasi quasi me la aspetto a casa mia se non a Natale, quantomeno a Natalino.
Con tanto affetto,
Bruna (La Rosa)

Bentrovata Bruna,
è vero: c’è un monte di cose di cui parlare, malgrado la congiuntura poco si presti a brigare e gironzolare. E glielo dice uno che già di suo fa una vita piuttosto appartata e solinga. Solinga in due, con Pitòre.

Insomma, nei discorsi contemporanei ricorrono ferrei i propositi del ‘quando si potrà’. Una vita in sospeso, in attesa delle condizioni favorevoli, ben si presta a progettare, ipotizzare, immaginare: tutte attività che non mi dispiacciono.
Nel frattempo, qualche volta con il mio amico Bruscino ci concediamo un ponce in qualche bar del centro o della periferia, poco importa, più spesso al Circolino dietro casa.
Si rimane lì seduti al tavolino a barattare quelle quattro parole, poi ci guardiamo un po’ attorno rimbischeriti e insomma ci si contenta.
A un certo punto al bancone l’altro giorno è decollata improvvisa una conversazione sul centrattacco della Viola in procinto di passare ai rivali, sicché Bruscino si è sentito in dovere di dire la sua. Queste incursioni tra le parole degli altri non vengono mai vissute come un’intromissione ma come la legittima iniziativa di chi ci tiene a dare il proprio contributo. Al Circolino chi si rivolge al barista, parla a tutti. È dinamica implicita e acclarata. Anzi, il barista funge proprio da sponda per una conversazione di rinterzo.

A proposito, il biliardo è uno degli strumenti per stare insieme, come il giornale adagiato sul congelatore o il televisore acceso. Una volta questa funzione era assolta anche dal flipper e dai videogiochi, perché il giocatore veniva subito circondato da un pubblico improvvisato che suggeriva e commentava.

A me piace proprio tanto, il circolino, uno degli ultimi baluardi della mescolanza generazioni le più disparate: là un tavolo di vecchi che giocano a tressette, qui gli adulti reduci dal calcetto, al bancone ragazzotti di passaggio, e in mezzo qualche bimbetto che scorazza tra i tavoli.
Io credo che le Case del Popolo e i Circolini dovrebbero diventare Patrimonio dell’Umanità, in modo da preservarli e farne strumento di divulgazione. Vuole saperne di più, Bruna? Le consiglio un libro di Pilade Cantini, grande autore toscano anzi toscanissimo, che si chiama “Piazza Rossa”, in cui si tessono le lodi, si raccontano aneddoti, si ripercorrono fasti.

Sarà che io ho scarsa dimestichezza con le diavolerie tecnologiche, Bruna, ma starsene lì al bar a condividere due parolette con chi capita a tiro mi pare induca ancora a sentirsi parte del genere umano. La gratuità di questo scambio vuol dire implicitamente – ed è ciò che è sotteso ai discorsi sul campionato, sulla manovra di bilancio, su com’è il mare, su com’è il tempo – che alla fine le gioie e i dolori, i desideri e le speranze quelli sono e sono di tutti. In altre parole, ci si sente un po’ meno soli.

Ma senza farla troppo pallosa: il bar, il Circolino sono i luoghi più adatti a coltivare i tempi morti, a ciondolare, a esercitare la pratica del cazzeggio: arte nobile, forma di conoscenza e modalità parecchio elegante di stare al mondo.
Oggi queste occasioni latitano, o ne rimangono timide tracce. Tipo le conversazioni che principiano dalla immancabile domanda: “Chi è l’ultimo?” nella fila fuori dal negozio.

Voglia perdonare questa inutile quanto logorroica rievocazione nostalgica da parte del modesto personaggetto che sarei io. Ma lei mi parla di agorà, di politica in senso ampio e mi pare di non essere andato troppo fuori tema.
Un’ultima cosa, a proposito di abitudini arcaiche: le confido che mi garba da matti ascoltare la radio a notte fonda. Quelle voci mi emozionano, le sento vicine e le vedo pure più chiaramente dei tanti tizi che compaiono talora dentro al televisore.
La saluto con affetto e la ringrazio,
Cacio

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*