Un soldo di cacio: storia di un gabbiano e di chi lo aiutò a volare

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Caro Cacio,
nel suo libro lei ci ha parlato di cani che abbaiano alla luna, di tigri, di suo figlio che rincorre i piccioni e di tutti gli animali che prendevano parte agli spettacoli dell’illusionista.
Ebbene, visto che a Livorno c’è una particolare sensibilità per gli animali, qual è il suo rapporto con loro?
Mi creda, prendersi cura di un animale tra l’altro apre nuovi mondi: la notte, quando faccio fare la giratina al mio cane alle ore più improbabili, entro in contatto con tutto un mondo di altri fedeli accompagnatori che altrimenti non avrei conosciuto.
La ringrazio per la risposta che vorrà darmi,
Marcello, Ardenza

Caro Marcello,
in una poesia di Montale tratta dalla raccolta “Diario del 71 e del 72” c’è un componimento che si chiama “Il rondone”.
Il poeta racconta di avere ritrovato un rondone sul marciapiede e di averlo accudito. “Gradì mezza foglia di lattuga”: che verbo meraviglioso quel “gradì”, Marcello. Al rondone il poeta scioglie i grumi di catrame dalle ali con un batuffolo d’olio e nel giro di poco tempo lo restituisce ai suoi voli nel cielo.

Io sarei stato curioso di vedere Eugenio Montale alle prese con il gabbiano di Livorno Nedo Quagliotti. Mi permetta, Marcello, questo umile omaggio al mio amico Emiliano Pagani.
Nedo Quagliotti è un gabbiano dal cipiglio incazzoso, quello di chi ce l’ha col mondo o tutt’al più è alle prese con una faticosa digestione. Questo gli conferisce un fare guappo e un tantino arrogante, che tuttavia non lo esime dal cercare un qualche approccio con noi umani, nei modi maldestri che gli sono propri.
Una volta un mio amico è montato sul motorino, ha indossato il casco e flop!… il gabbiano Nedo gli ci si è posato sopra. Il mio amico è rimasto immobile per una trentina di interminabili secondi, fino a quando il gabbiano ha spiccato di nuovo il volo e arrivederci.
Un altro è arrivato a tarda notte a prendere l’automobile per tornare a casa, ma ci ha trovato lì sul tetto dell’auto il gabbiano Nedo. Ha preferito farsi un giro dell’isolato e aspettare perché – cito testualmente: “A quell’ora non me la son sentita di confrontarmi col gabbiano”.
Insomma, malgrado quella ghigna poco affabile, il gabbiano Nedo Quagliotti denota tentativi di socialità inaspettati, che evidentemente predilige ai pirotecnici voli in solitaria propri del suo illustre cugino statunitense Jonathan Livingston.

L’altra mattina, saranno state le 5, io e Pitore siamo stati svegliati da un coro di gabbiani che volteggiavano ininterrottamente sopra il nostro condominio. La cosa è proseguita molto più a lungo del consueto, anzi non si è fermata. Così ci siamo guardati impauriti, come i personaggi del film di Hitchcock. Improvvisamente, abbiamo sentito acciottolare sul soffitto: qualcosa di grave stava accadendo sulla terrazza condominiale.
Allora ho lasciato Pitore nella sua stanza a giocare con le costruzioni e ho chiamato il mio amico Cuper. È arrivato al volo – è il caso di dire così. Davanti alla colazione, gli ho raccontato l’accaduto, mentre l’acciottolio e le grida proseguivano. Eravamo sotto assedio e dovevamo intervenire.
Così, ci siamo predisposti ad affrontare la sortita sulla terrazza condominiale bardandoci come cavalieri medievali: casco a mo’ di elmetto, guanti da forno, ginocchiere.
Piano piano, abbiamo aperto la porta di metallo, che ha cigolato come quelle dei romanzo gotici: macché assedio, macché Hitchcock. Lì, in un angolino, con la ghigna più sconcertata che incazzata, c’era il povero gabbiano Nedo. Si era ferito, ed era planato sulla terrazza. Appena ci ha visto, ha provato a spiccare il volo senza riuscirci. Lo scalpiccio che sentivamo da sotto erano questi suoi vani tentativi. Nel frattempo, lassù in alto, la cagnara dei compagni proseguiva. Volteggiavano e volteggiavano, a mo’ di avvoltoi sulla preda.

Io e Cuper abbiamo capito che dovevamo intervenire subito, o nel giro di poco per il gabbiano Nedo sarebbero stati guai seri.
Abbiamo chiamato un’associazione che si occupa di queste cose e dopo un quarto d’ora il gabbiano Nedo era già tra le amorevoli braccia di una volontaria, che si è fatta carico di prestargli tutte le cure, come Montale col rondone.
“Macché predatori!”, ci ha detto riferendosi ai gabbiani in volo sopra di noi. “Fanno così per proteggerlo”.

Dopo questa sua piccola disavventura, immagino il gabbiano Nedo di nuovo in volo, tra alti e bassi, tra il mare aperto e la discarica. Perché così è la vita.
Però, a margine ho capito una cosa. Per due volte nel giro di mezz’ora io e Cuper ci siamo dovuti ricredere rispetto all’ipotesi peggiore. Forse, nel detto “A pensar male spesso ci si azzecca”, quell’avverbio andrebbe sostituito con “talvolta”. O almeno sarebbe bello pensare così.
Un abbraccio,
Cacio

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