Un soldo di Cacio. Sirio Persichetti, un Buster Keaton contemporaneo

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Cacini,
è già da un po’ che non racconti del tu’ figliolo Pitòre. Sarà che io ho a che fare con i bimbi quotidianamente per lavoro, ma insomma vorrei tanto sapere che combina e soprattutto cosa dice, con le paroline tutte sue.
Il fatto è che la storia che hai raccontato mi è piaciuta, soprattutto quando parli di voi due insieme in giro per l’Ardenza. Allora dimmi per bene come se la passa Pitòre e non essere evasivo. Ha trovato qualche parolina adatta a descrivere il momento che stiamo passando?
Ci si incrocia all’Ardenza.
Fate ammodo e in gamba!
Marta (Sorgenti)

Cara Marta,
anche a me capita di passare dalle Sorgenti, perché ogni tanto si va in trattoria da quelle parti. E ci garba andare a cena presto, quando le persone della cosiddetta movida neanche han principiato il primo degli aperitivi, per dirti.

In questi giorni, quando esce da scuola Pitòre non mi dà requie ed è tutto una sequela di bamado, cafado, bilado. A me fa di molto piacere, perché le parole che finiscono in -ado sono quelle dello stupore e della meraviglia. Finché Pitore manifesta questi sentimenti, c’è di che essere contenti. E poi ogni tanto sorride da solo, e vallo a capire perché. Magari si ricorda di qualcosa che gli è capitato, ma farselo raccontare è una parola, appunto.
Alla fine, con questa strampalata disfasia ormai io e lui ci abbiamo preso le misure, e sono convinto che il giorno che riusciranno a decifrare Pitore, di sicuro ci capiremo assai meno e tra di noi non ci sarà dialogo.

A proposito di sorrisi e disabilità, Marta, voglio raccontarti di un amico di Pitòre e suo coetaneo, anche se non si conoscono. Si chiama Sirio Persichetti ed è una specie di Buster Keaton contemporaneo.
Sopravvissuto alla morte in culla dopo pochi giorni di vita, non si è curato delle previsioni che gli affibbiavano uno stato vegetativo, anzi le ha prese di tacco: paralisi cerebrale, tetraparesi spastica, tracheostomia, gastrostomia e tutto il resto non hanno potuto arginare la sua vorace voglia di esserci, di farsi sentire, di pretendere la sua dose di felicità.
Si potrebbe dire che Sirio sorride alla vita, ma non si può. Perché sorridere non gli riesce: la paralisi al viso glielo impedisce. È proprio un Buster Keaton contemporaneo: senza sorriso, se la ride. Con tutto se stesso e di tutto quello che gli capita a tiro. Sì perché con il tempo Sirio ha conquistato porzioni di spazio sempre più grande, prima con la sedia a rotelle poi con la sua camminata sghemba, irresistibile.
Buster Keaton, oltre al sorriso, non aveva voce. Nemmeno Sirio. Che ha imparato a farsi capire, a parlare grazie alla comunicazione aumentativa alternativa e alla lingua dei segni.
A Sirio era stato preventivato pure che non avrebbe mai conosciuto i colori: una vita in bianco e nero, insomma, proprio come i film di Buster Keaton. Invece la vita di Sirio è in Technicolor.

Questa storia sarebbe una delle tante rimaste purtroppo confinate all’interno del perimetro familiare se la madre di Sirio, Valentina, non avesse cominciato a riversare sui social tutta la carica sovversiva di suo figlio, insieme a quello che ruota attorno alla disabilità: pregiudizi, stereotipi, barriere di ogni tipo.
Mi creda, Marta: i canali social che hanno per protagonista Sirio sono una palestra dove esercitare, sviluppare, affinare la propria sensibilità su questi temi.
Dovrebbe vedere i video dove Sirio fa il birbante proprio come Pitore: isterico, dispettoso e anche un po’ stronzo. Così si abbatte lo stereotipo stucchevole del bambinello buono, dolcemente rassegnato all’infelicità e in attesa di “caritatevoli carezze”, come scrive sua madre.
Ma i più significativi secondo me sono i video dove Sirio sgambetta da solo (verso la scuola, al parco), e quella camminata dondolona sembra dire che ognuno va al suo passo, che ogni camminata è diversa e questa, orgogliosamente, è la sua.
Insomma la retorica, i pietismi e le prospettive edulcorate vengono mandate all’aria dall’energia e dalla straripante voglia di vivere di Sirio.
Non esistono bambini speciali, o genitori speciali. Esistono bisogni speciali”, ripete Valentina, “ciascuno con la propria specificità”. E la società deve farsene carico perché l’inclusione è un fatto collettivo, così come lo sono il divertimento di Sirio, la sua socialità, un’adeguata assistenza, la sua partecipazione alle cose del mondo, i suoi diritti. In primis, quello alla felicità. Che lui fa bene a rivendicare con tutta l’energia.

Il progetto social “Tetrabondi” oggi è diventato una Fondazione. E gliene parlo volentieri qui, Marta. Perché una delle cose che possiamo fare è non lasciarli soli, i disabili e i loro familiari. Aiutarli a riprendersi quel che gli spetta. Andare a stanarli, se necessario. Farli uscire allo scoperto, condividere una prospettiva, non solo sul futuro ma sul mondo proprio.
In altre parole, trovare il coraggio di guardarli negli occhi. Dopo l’arresto cardiaco di Sirio, furono i suoi occhi a dire a tutti che lui non ci pensava proprio ad andarsene, che lui alla vita ci sarebbe rimasto attaccato con le unghie e con i denti.

La sua camminata ciondolona è una marcia gioiosa e scomposta. Verso dove, chi lo sa. Mi piacerebbe dire verso la libertà, ma può darsi sia semplice vagabondare.
Intanto, sgambettando, Sirio ci dice che lui è il più rivoluzionario di tutti. Qualche volta, come Buster Keaton, fa qualche capitombolo e batte una musata. Mal di poco: si ripiglia subito e riparte. Se non si sa dove arriverà, nel frattempo è ben chiaro dove sta andando: in culo allo stato vegetativo, come recita uno degli slogan della Fondazione.

E lo sa, Marta, qual è uno dei film più famosi di Buster Keaton? “Come vinsi la guerra”.

Un abbraccio,
Cacio

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