Un Soldo di Cacio: regalare un elegante “buongiorno” a chi si nasconde dietro alla mascherina

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

N. 48

Sig Cacio,
si avvicinano imminenti le festività e che le devo dire, io ritorno un po’ fanciullo e guardi che ce ne vuole perché sono del 1930; a proposito, lei quanti anni ha? La sua vicenda si svolge un po’ nel passato, mi sa che non sia tanto più giovane di me. Le luminarie però sono parecchio diverse da quelle di un tempo, nella nostra Livorno negli anni 70 arrivavano dalle altre città per vederle, ora sembra che le abbiano comprate da Obi o da Leruà Merlen, abbia pazienza non so il francese.

Sono appassionato di cruciverba che facevo con mio padre, nato nel 1902, spero come il suo, ora non mi esca con il fatto che lei è inventato e suo padre è l’imberbe autore, beato lui, e mi dia questa soddisfazione di avere qualcos’altro in comune, oltre all’attitudine alla divagazione, è mai possibile che ora invece i ragazzi si isolano col cellulare e anche mentre sono a pranzo guardano quel coso luminoso senza parlare, e se parlano dicono scempiaggini, e se girano per Obi o Leruà Merlen corrono e ti intralciano e ti fanno intrampolare tra le luci che il comune ha messo per le strade, che io mi ci arrabbio anche coi bisnipoti. Lei fino a che età ha creduto a babbo natale? Il mio bisnipote ha 14 anni e tra un po’ ci crede ancora, io a 14 anni lavoravo come saldatore e guardavo già le bimbe. Infatti ho procreato giovane. Pitore ci crede ancora?

Ma meno il can per l’aia e non arrivo al sodo, mi dica un po’: secondo lei è proprio così sbagliato volere un po’ di sfarzo a Natale? Mi spiego: io son nato povero e sono andato a lavorare giovanissimo, come le ho detto, ma poi mi son fatto un mestiere e mi son levato anche la soddisfazione di prendermi un diploma e ora faccio l’Università della terza età. Saranno le ristrettezze giovanili, lo strenuo tirar la cinghia del passato, ma alcuni tra i miei figliuoli e nipoti mi tacciano di consumista. Lo so anch’io che il bambinello nacque proprio povero, e che il nostro Santo è Francesco, il più umile di tutti, ma che male c’è a desiderare ogni tanto un po’ d’agio? Lei che cosa ne pensa?
Le auguro buone feste, Cacio, le passi in lieta compagnia e si conservi.
Lorenzo, Picchianti

Lorenzo caro,

la sua missiva induce a un sacco di considerazioni e non saprei da dove partire. Allora innanzitutto è bene che mi scusi, perché anche a lei è toccata in sorte, come la settimana scorsa a Giuseppe, una pubblicazione tardiva.
Tuttavia io almeno non me ne dispiaccio. Tutto sommato mi garberebbe proprio imbastire una rubrichetta ‘fuori tempo massimo’, dove appunto si parla di faccende ormai superate, o dove si anticipano di troppo quelle a venire. Non so, tipo degli approfondimenti sullo scorso ferragosto, oppure i buoni propositi per il 2024. Boh, magari vedere le cose da un’altra prospettiva aiuta, dice.

Io ho passato feste morigerate, Lorenzo, e sullo sfarzo non saprei. Mi contento di quel che ho e anzi mi ritengo un omìno fortunato. A Babbo Natale chiederei giusto del tempo a disposizione, che è roba preziosa e fa sempre comodo, ma dubito sia disponibile sugli scaffali di Leruà Merlen.
Così potrei andarmene più spesso in giro per delle belle passeggiate, da Barriera Margherita fin dove ne ho voglia.
In queste circostanze, Lorenzo, i telefonini cui lei fa riferimento ci privano del gusto di guardarci intorno, e finisce che camminiamo tutti a capo chino, come se non bastasse il momento storico che stiamo attraversando.
Ed è un problema per me, che già di mio sono poco fisionomista: a stento riconosco chi mi passa vicino, a causa di questi occhialoni che son fondi di bottiglia. Adesso poi questa faccenda delle mascherine ha complicato le cose, e lo stesso si dica del freddo, tra sciarpe e cappelli. Se poi uno si mette anche gli occhiali da sole, buonanotte: cammino sempre più disorientato tra individui non identificabili, confidando che siano loro a palesarsi. La cosa mi imbarazza e mi diverte, perché le passeggiate diventano piene di sorprese. Dietro ogni mascherina, come in una specie di Carnevale, può nascondersi chiunque. Livorno poi su queste faccende ci mette il carico: può accadere, transitando tranquillamente per Piazza Grande, di alzare per un attimo lo sguardo e ritrovarsi davanti a Godzilla.

Quando ricevo un saluto, spesso ricambio al buio, sulla fiducia. In alcune circostanze sono incappato in colossali figure cacine (termine che, evidentemente, mi è consono), tipo quando qualcuno da lontano mi ha salutato molto calorosamente e allora io, disorientato, ho ricambiato con altrettanto affetto, salvo poi scoprire che la persona cui stavo mandando baci a schiocco dalla mano aperta si stava in realtà rivolgendo a qualcuno dietro di me.
Allora ho deciso. Precauzionalmente, saluto tutti. Un elegante e sorridente “Buongiorno” rivolto al tizio a passeggio con il cane sotto a casa, a quello che incrocio al bancone del bar, alla signora che aspetta il bus alla mia stessa fermata, al negoziante che pulisce la vetrina.
Glielo consiglio, Lorenzo. È un esercizio che non comporta alcuno sforzo e da cui si ricava soddisfazione e pure una piccola dose di benessere. Riconcilia con i nostri simili e ci riporta un po’ ai personaggi di “Miracolo a Milano”, il film di De Sica e Zavattini.
Ecco, a proposito di personaggi: lei mi chiede quanti anni ho, Lorenzo. Ebbene, quarantacinque. Che non sono pochi né tanti. Per un personaggio, sono sempre quelli. Ne avrò quarantacinque anche tra dieci anni, essendo destinato a compiere le stesse azioni e a arrovellarmi sugli stessi pensieri. Il che, per un abitudinario come me, non è affatto male.
La abbraccio con affetto, Lorenzo, e mi stia sano.
Cacio

Ps. Benvenuto al mondo, benvenuto a Livorno e benvenuto all’Ardenza, Achille.

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