Un Soldo di Cacio: l’uomo ha la tendenza innata a ricercare il bene?

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Buongiorno, o buonasera, non ci è dato sapere a che ore leggerà questa mia, so bene che momentaneamente ha lasciato spazio a valenti scrittori che spiegano qual è il motore che muove il cielo e le alte stelle, e qui mi sento, buon ultimo di omaggiare il padre di tutti gli scrittori d’Italia, e soprattutto la loro penna, ma spero che prima o poi tornerà a rispondere ai suoi avidi lettori.

Mi chiedo, e le chiedo, domanda lecita in questi tempi, ne convenga, se l’uomo abbia davvero la tendenza innata a cercare il bene, come asserivano gli stoici. Non le sembri troppo peregrina e rarefatta questa mia domanda, per chi vuol vedere la filosofia la si trova dappertutto, io riesco anche a vederla nelle liriche di quella cantante callipigia della famiglia dei roboanti motori, quella che impazza in questo momento ‘Musica e il resto scompare’, dica lei se non vi è una ricerca se non del bene universale, quantomeno del proprio, se non precisamente stoica la direi quantomeno epicurea.

E che mi dice, se ne ha voglia, beninteso, della filosofia filtrata ad uso delle folle? Se un Lacan mi è veicolato da un Recalcati, non è che io poi mi ritrovo davanti ‘l’interpretazione’ e non il vero Lacan? Dirà lei, ma chi mi dice cos’è il vero, tutto è destinato a essere interpretato o agito da qualcun altro, io stesso che leggo Lacan sono Carlo che lo filtra, e che ne sa Carlo se ha ben interpretato Jacques, meschino? Che poi Talete camminando col naso all’insù cadde in un pozzo, per cui ben venga la speculazione ma, dico io, stiamo anche attenti a dove mettiamo i piedi e, mi consenta un motteggio, per fortuna Talete non era livornese, altrimenti con le infradito sarebbe stata una caduta ancor più rovinosa (manco da Livorno e dall’Italia da tanto, ma vi ho ancora molti cari, che mi assicurano che la tradizione della versatile ciabatta non s’è persa).

Cacio caro e prezioso, la paura di averla annoiata è tanta, ma le sue risposte agli altri lettori mi hanno instillato il desiderio di un confronto su temi universali e, insomma, la vedo portato allo scambio di opinioni, hai detto nulla di questi tempi. Mi si conservi così, a presto risentirla.
Carlo Muratori (ahinoi da troppo tempo in Albione, ma con il cuore sempre ad Antignano)

Carissimo Carlo,

a molte delle questioni non saprei come rispondere. O meglio, lo saprei anche, ben consapevole di essere pronto a rimangiarmi tutto dopo cinque minuti. Alla domanda di fondo che lei pone, più di quello che penso vorrei dire quello mi piacerebbe che fosse: ci sarebbe da augurarsi una istintiva ricerca del bene, diamine. E se non succede, io darei la colpa ad accidenti, a congiunture e condizionamenti che portano a tradire una natura che di fondo dovrebbe indurre, tra i propri simili, alla social catena.
Ma io percorro un terreno scivoloso, Carlo, con la sensazione di essermi già incartato. Perché non sono bravo nelle analisi e nelle speculazioni.

Alla fine, io non sono che un umile personaggio di un romanzo: per giunta, quello che mi vede protagonista è un libro dove non è che ci siano chissà quali accadimenti, da sollevare le sopracciglia e sobbalzare. In modo sgangherato, io sono parte di una storia semplice, mescolata a un po’ di quotidiano.
Certo, essere un personaggio ha i suoi vantaggi, per carità. Finisce che prima o poi qualcuno ti conosce, e magari se mi incontra per strada mi ferma pure. Per la verità ogni tanto mi capita che per strada mi adocchino, sì, ma non sono sicuri che quello lì che hanno davanti sia proprio io, allora lasciano perdere e tirano di lungo. Perché alla fine io corrispondo solo all’idea che ciascuno si è fatto di me, e non è mai detto che io e quell’idea combaciamo.
Inoltre, Carlo, se dovessero fare un film tratto dalla mia storia, io di certo non avrei da temere la concorrenza dell’attore che dovrebbe interpretare me. Perché, come si dice sempre in questi casi: “Era meglio il libro”.
E poi non si invecchia, il che è un altro vantaggio non da poco. Io è da un bel po’ che ho la stessa età. Anche se non vorrei fare la fine della Sibilla cumana, la quale ottenne sì l’immortalità, ma si dimenticò di specificare, già che c’era, anche l’eterna giovinezza. Così continuò a invecchiare all’infinito e il suo corpo divenne rinseccolito e striminzito, per cui alla domanda: “Sibilla, che vuoi?”, rispondeva: “Voglio morire”. Così almeno mi pare dica Eliot.
Ma insomma, Carlo, le confesso che la vita del personaggio mi piace, e non mi uggia che sia un poco ripetitiva: sempre gli stessi tragitti, le stesse facce, le medesime riflessioni. D’altra parte io sono un tipo abitudinario: datemi il mio quartiere, le mie tre o quattro cose da fare, le conversazioni in giro con Pitore ed eccomi contento. O almeno credo, perché che cosa sia la felicità mica ancora l’ho capito. Ora che ci penso, contento e felice mica sono sinonimi.

A proposito di grandi questioni, la sua lettera mi è piaciuta tremendamente, Carlo.
Ha ben ragione a dire dell’importanza dello scambio di opinioni: io quando percepisco la voglia di esprimersi, di proporre riflessioni, specie nei modi eleganti come i suoi, vado in brodo di giuggiole.
E anche quando non si tratta di riflessioni dense su “temi universali”, come le sue, io son contento lo stesso.
Mi perdonerà allora se esulo un po’ dalla sua lettera, Carlo. Il fatto è che credo ci sia anche quest’altra esigenza innata, in molti di noi bipedi strampalati: la vocazione alla chiacchiera. La quale non ha luoghi, tempi e modi deputati. Anzi, meglio se avviene in circostanze del tutto sconclusionate e sgangherato.
Penso alla pausa caffè davanti alle macchinette, alla spuma al bar, alla sosta al semaforo, alla coda al supermercato, alle storie meravigliose che sono puntualmente offerte da un tragitto sul bus, fino a quegli eroi della chiacchiera quotidiana che presidiano stabilmente i divani dei barbieri.
Ora, a cosa porti tutto questo enorme quantitativo di parole che popolano la nostra esistenza, io proprio non lo so. Probabilmente a nulla, e si esauriscono nell’esercizio stesso. Cosa che le rende ancora più significative, a mio avviso.
E se proprio vogliamo cercare degli esiti concreti, bisogna ammettere che queste chiacchiere leggere, dove le parole svolazzano qua e là, talvolta sono capaci di generare perle di grande valore: lo scazzo, la ruzza, il sarcasmo, l’acidata, l’ironia sottile, fino a raggiungere talora, miracolosamente, quel picco di assoluto splendore – da toscano, Carlo, ne converrà – che è la presa per il culo. Un’arte nobile, raffinatissima, nella pratica della quale questa città non ha rivali.

L’ho fatta anche troppo lunga e la saluto, Carlo. Nel caso le capiti di buttare giù altre righe piacevoli ed argute, non esiti. Per inciso: solo per il dettaglio di Talete con le infradito, che lei ha regalato a me e ai lettori, vale la pena avere imbastito questa rubrichetta da un bel po’ di tempo a questa parte.
La abbraccio, e mi stia benone nella perfida tuttavia meravigliosa.

Cacio

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