Un soldo di cacio. La posta di Emilio Cacini: tutti i luoghi sono buoni per fare cultura

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Ciao Cacio,

la risposta che hai dato sulla luce di Livorno secondo me è forte, perché è vero che è la caratteristica più potente, e chi non è di qui se ne accorge anche più di noi. A me se mi dai un’onda e una moto per arrivare veloce al Sale e alternare la tavola a un bel libro sono il più contento del mondo. Però sai, è anche facile per gli adulti dire che siccome siamo giovani siamo superficiali. Io ad esempio è vero che in moto ci giro tanto, però m’era venuta un’idea che ti volevo dire, e mi dici se ti piace. Allora, ti premetto che secondo me se davvero si volesse far leggere di più i giovani, forse anche da parte delle istituzioni ci vorrebbero due approcci: cioè, ok la cultura istituzionale e anche un po’ paludata, mi sta bene, però non è che puoi pensare di attirare un ragazzo di 18 anni con un’iniziativa sul manierismo, per dire. Quindi per attirare chi è più giovane secondo me tutti dovrebbero un po’ piegarsi anche alle mode del momento: non è che dico un’iniziativa sulla musica trap, però qualcosa che avvicini è necessaria, perché non è che al moletto ci sono gli scemi e nei musei ci sono solo quelli bravi, giusto?

Te la faccio corta, quest’idea mi frulla in mente da un po’, è un’idea per cui avrei anche già il nome che è ‘Read on the road’ e cioè, portare i libri a giro in moto (io dico in moto perché forse s’è capito che ci sono in fissa, ma va bene anche furgoni, tandem, apini, qualsiasi mezzo) nei luoghi frequentati dai giovani, per far capire che non è da pallosi sviluppare un pensiero non omologato al sistema. Spesso parlando con i miei coetanei, dico quelli che magari non fanno storia del cinema come me, mi sembra che il problema principale sia il terrore che hanno che qualsiasi cosa gli proponi che esce un po’ dal meccanismo film di supereroi con gli effetti speciali sia una noia mortale e invece no, anzi Cacio, io nella tua storia ho rivisto tante cose che mi hanno fatto pensare al cinema degli anni d’oro nostro, senza effetti speciali e mi sono piaciute parecchio. Allora, cosa mi dici, ti piace l’idea?
Ciao bro’!
Matteo

Caro Matteo,

voglio sperare che non esistano luoghi deputati alla cultura e luoghi da cui questa è bandita. Del resto, lo spessore delle persone varia in maniera trasversale e non dipende certo dalla dislocazione. Quindi hai ben ragione a sostenere che “non è che al moletto ci sono gli scemi e al museo ci sono quelli bravi”.

Il museo, inteso come luogo di frequentazione da indossare, non fa il monaco. Il moletto è un luogo di incontro, di aggregazione, come il bar, come la strada. Tutti posti che per me hanno un’importanza cruciale, perché offrono un punto di osservazione privilegiato. I bar delle stazioni di certi piccoli posti di periferia dovrebbero essere patrimonio dell’umanità, Matteo.

Può darsi anche che in questi luoghi dove si sta insieme per necessità o per noia si finisca a parlare di cinema, di libri, insomma di tutto quello che comprendiamo sotto l’ombrello della ‘cultura’, una parola che vorrebbe dire tanto e finisce per non dire nulla.

La scoperta della lettura è per ciascuno una storia a sé. A volte è un evento fortuito, una coincidenza, a volte è un avvicinamento guardingo, in altri casi è un passaggio naturale. Può darsi che la si scopra grazie a una chiacchiera al moletto, appunto. D’altra parte il passaparola è utile non solo per avvicinarsi, ma anche per muoversi tra i libri.
Di sicuro il piacere della lettura non lo si trasmette per imposizione, che finisce per essere controproducente. Si può anche non scoprirlo mai, e pazienza. Uno si perde qualcosa, ma farà altrimenti.
Dicono che oggi i giovani prediligano e abbiano maggiore familiarità con forme espressive alternative a quelle tradizionali. Sarà, ma io in libreria vedo sempre un sacco di ragazzi. E la tua lettera me lo conferma, Matteo.
La tua iniziativa potrebbe chiamarsi anche “Easy Reader”, così da omaggiare uno dei film ‘on the road’ per eccellenza, visto che ti piace il cinema.

Ti risparmio la similitudine tra la lettura e il viaggio e ti dico solo che la tua idea forse sarebbe piaciuta anche a Kerouac. Soprattutto: piace a te, e tanto basti. Qualcun altro, semmai, ti verrà dietro. In caso contrario ti sarai divertito per conto tuo, e amen. Io faccio volentieri da (piccola) cassa di risonanza pubblicando la tua lettera qui sopra.
Per quanto mi riguarda, per leggere mi rintano in biblioteca. È questione di attitudini e di abitudini. Ed è il bello dei libri e del nostro rapporto con loro. Ovvero: ognuno fa come crede. Se poi ci sono margini per una condivisione, tanto meglio.

Una città si nutre anche di un sottobosco di iniziative e di attività che arrivano appunto dal basso e che corrono parallele o sottotraccia rispetto alla cultura ‘paludata’, come la chiami tu. Per quanto piccole, per quanto nascoste, io penso che tutta questa miriade di attività costituisca un serbatoio davvero prezioso, che contribuisce in maniera decisiva all’arricchimento del panorama cittadino. Anzi, lo determina e lo fa proprio. Livorno ne è ricchissima in tutti i settori. Il sottobosco o, con un’altra definizione, l’underground è una delle grandi risorse di questa città.
Allora, quando si potrà, piglia e parti, Matteo. E vedi strada facendo quello che succede. Capace ne viene fuori una cosa divertente e ti fai nuovi amici. Intanto, un libro che potrebbe piacervi ve lo suggerisco subito, ma lo conoscerete di già: “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.
In bocca al lupo, bro’!
Cacio

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