Un Soldo di Cacio. La parola agli scrittori: Nicola Pera, perché scrivo

Protagonista il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

La posta del Cacini

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Per i mesi di agosto e settembre ho deciso di sospendere la rubrica della Posta per lasciare spazio ad alcuni amici scrittori di matrice labronica chiedendo loro di elaborare una breve riflessione intorno a una questione secca e tuttavia enorme: PERCHÉ SCRIVO.
Naturalmente, questo spazio è aperto e a disposizione di tutti gli scrittori e scrittrici che vorranno dare il loro contributo. È sufficiente che scrivano alla redazione.

Cari lettori, non disperate, le risposte alle vostre lettere arriveranno non appena terminata la parentesi degli scrittori.

Se la cortesia, la pacatezza e l’eleganza fossero dei parametri per misurare uno scrittore, Nicola Pera avrebbe già stravinto.

D’altra parte, sulla qualità e i contenuti della scrittura giudicano e giudicheranno i lettori. Io mi limito a dire che mi fa piacere che Nicola scriva e sono contento che sia mio amico. Proprio per i motivi che citavo sopra e che, in qualche modo, ritrovo nel suo lavoro.

Nicola lavora con certosina pazienza e smisurata passione. Scandaglia, analizza, si documenta, affina. Una volta mi ha confidato di custodire tutti i trucioli che la sua lima produce. Fuor di metafora: le numerose revisioni cui sottopone i suoi testi. Forse è un dettaglio, a me pare il segno della cura, dell’attenzione e della dedizione che evidentemente esige da se stesso.

Circa il suo lavoro, segnalo “Benzina”, un romanzo a metà tra il thriller e il noir attraverso cui offre uno spaccato del nostro Paese (attraversato dai due protagonisti) e di alcuni eventi chiave della sua storia contemporanea. Il suo ultimo in ordine di tempo è “La fortezza”, un romanzo storico ambientato nelle trincee della prima guerra mondiale. Pur nella fedeltà al genere romanzo, i diversi contesti, taglio e contenuti ci danno l’idea dell’eterogeneità dello sguardo di Nicola. Eppure, alcuni elementi attraversano implacabilmente i suoi lavori: la divaricazione tra la realtà e quello che si vede; il destino che incombe sui personaggi e il loro tentativo di sottrarvisi; soprattutto: la ricerca di un’umanità profonda e autentica. Quella che traspare anche nella persona di Nicola. Che ringrazio e di cui propongo il “Perché scrivo”.

Nicola Pera

PERCHÉ SCRIVO

Si deve sempre fare la cosa giusta, diceva mamma. Solo che, da adolescente, non avevo idea di quale fosse la cosa giusta da fare e il dibattito, anche con lei, era abbastanza aperto. D’altro canto nella vita ci ero appena entrato in mezzo, mi stavo ancora guardando intorno e tanto bastava. Ci pensavano “gli altri” a ricordare cosa fosse necessario fare. Tutte cose abbastanza ordinarie, tipo studiare.

Per me la cosa giusta era scrivere, senza saperne spiegare ex ante il motivo, ed ero così convinto dell’ineluttabilità del destino, immerso nelle mie letture dell’ultimo anno del liceo che, per prepararmi meglio, come premio per la maturità, invece di domandare un’automobilina tutta per me, anche usata, al tempo un colpo mica da ridere, ho chiesto di frequentare un corso di dattilografia.

I miei l’hanno presa bene, il babbo ha scosso a lungo la testa, la mamma, con spirito pratico da donna del nord, abituata alle nevicate improvvise, mi ha appoggiato la mano sulla fronte e, riscontrato che febbre non ne avevo ma ero solo cocciutamente determinato, si sono convinti che, tutto sommato, non avevo chiesto di trasferirmi in una comunità hippye, ma solo d’imparare a scrivere a macchina.

Che poi, in effetti la dattilografia, mi è stata davvero utilissima, come hanno riscontrato, nei molti anni successivi, quanti hanno apprezzato la mia attitudine ad aiutarli a scrivere relazioni chilometriche con rimarchevole velocità, ma il punto centrale dell’utilità di saper scrivere a macchina, che pure c’è ed esiste, era più nascosto.
Me ne sono accorto un caldissimo pomeriggio estivo, quando mi sono recato alla mia prima lezione, con la convinzione che sarebbe stato solo il primo passo per una brillante, ancora tutta da percorrere, carriera da scrittore, ignorando un dettaglio tutt’altro che trascurabile.

Dettaglio che è stato evidente nel momento in cui l’insegnante, un’austera e simpatica signora torinese, mi ha introdotto nell’aula dove si svolgevano le lezioni; un enorme stanzone con un soffitto altissimo dove le pareti risuonavano di mille ticchettii sincopati che si sono arrestati all’istante, mentre una cinquantina di occhi bistrati e praterie di sorrisi mi fissavano come se sulla porta si fosse affacciato un orso polare con un cappellino in testa a interrompere il loro lavoro.

Sì perché, la dattilografia, almeno a quel tempo, non era cosa da scrittori che, in tutta evidenza, preferivano penne biro e matite o, i più fanatici, stilografiche caricate a inchiostro. La dattilografia era territorio da aspiranti segretarie. Aspiranti, come me, a qualcosa che non sapevano cosa sarebbe stato e, perdiana, eravamo pure alla pari; vent’anni più o meno loro e vent’anni più o meno io.
Per cui mamma aveva ragione, fai la cosa giusta, sempre. Che poi è quella che ti piace.

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