Un soldo di Cacio. La parola agli scrittori: Giorgio Bernard, “perché scrivo”

Una breve riflessione intorno alla domanda: perché scrivo?

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Per il mese di agosto (e forse di settembre?) ho deciso di sospendere la rubrica della Posta per lasciare spazio ad alcuni amici scrittori di matrice labronica chiedendo loro di elaborare una breve riflessione intorno a una questione secca e tuttavia enorme: perché scrivo.
Naturalmente, questo spazio è aperto e a disposizione di tutti gli scrittori e scrittrici che vorranno dare il loro contributo. È sufficiente che scrivano alla redazione.

A questo giro lo scrittore è Giorgio Bernard. Autore e animatore culturale, è impegnato in una miriade di attività per cui dovrei impiegare parecchie righe per presentarlo. Per non farla lunga, diciamo che Giorgio di mestiere ha a che fare con i libri. I suoi, ma anche quelli degli altri. E aggiungiamo che se ne occupa con generosità e passione.
All’interno della sua già consistente bibliografia, “Benedetta e Niccolò”, uscito qualche anno fa, è un libro che cito qui volentieri. Avendo io scritto di Pitore, non potevo certo rimanere indifferente a un libro che affronta in maniera delicata e coraggiosa il tema dell’autismo.

Giorgio Bernard

L’ultimo libro pubblicato da Giorgio è uscito da qualche mese e ha per titolo “Come un’onda che si tuffa sullo scoglio“. È incentrato (non voglio entrare nei dettagli) sul ruolo ‘particolare’ per eccellenza nel gioco del calcio: il portiere. Un giocatore che vive la partita in modo anomalo. La osserva. Oltretutto da un punto di vista del tutto diverso rispetto ai compagni. Una cosa che, per certi versi, ricorda appunto quello che fa uno scrittore.
Sempre disponibile, generoso e aperto alla collaborazione (qualità che emergono al volo, appena si ha modo di conoscerlo), Giorgio ha accolto volentieri il mio invito e lo ringrazio. Come lo ringrazio della sua amicizia, che per me è cosa preziosa.
Ecco qui di seguito il suo “Perché scrivo”.
Cacio.

Cosa vuol dire che scrivo

“Mentre invece di lavoro cosa fai?”

La voce che avete appena sentito è quella di Luca Turini, compagno di banco delle medie che non vedevo da più di trent’anni; eppure, in mezzo alla folla che si è raggrumata davanti al palazzo delle poste, ci siamo riconosciuti senza fatica e abbiamo ricominciato subito a chiacchierare come facevamo durante le ore di educazione tecnica. Di lavoro cosa faccio: questa è la prima domanda non di circostanza che Luca tira fuori da che ci siamo ritrovati e non mi sembra il caso di spiegargli dell’ufficio in cui dovrei entrare a lavorare a fine mese, oppure cercollaborazione care di raccontargli le mie peripezie nel mondo delle assicurazioni.

Così senza sprecare tempo a pensare, apro la bocca e do fiato alle trombe.

“Scrivo” mi sento rispondere.

“Cosa vuol dire che scrivi?”

Sulle prime la domanda mi suona strana, non sono per niente sicuro di averla compresa.

Scrivo romanzi… libri, insomma”. Di certo non scrivo sopra i muri con le bombolette. E anche su Facebook scrivo pochissimo, lo stretto indispensabile. Ma forse non era questo che Luca voleva sapere.

Continuo a rimuginarci sopra anche dopo la stretta di mano, l’abbraccio sudaticcio che abbiamo scambiato, insieme alla promessa di risentirci; e mi viene da pensare che forse quello che Luca voleva davvero sapere era quale nesso esisteva tra la domanda che mi aveva fatto, il lavoro, e la risposta che avevo deciso di dargli, ossia la scrittura, che a una prima occhiata con l’idea di lavoro sembra avere ben poco a che spartire. E anche a una seconda occhiata, a volerla proprio dire tutta.

Per un attimo mi sono sentito come il sassofonista dei Commitments, il film di Alan Parker, che al tizio dell’ufficio di collocamento dice di fare il musicista, solo per poi specificare, subito dopo: “Meglio dire che suono il sassofono, piuttosto che ammettere di essere un disoccupato come tutti gli altri, no?”

Ho fatto anch’io la stessa cosa? Ho deciso di essere un po’ snob e ho scelto la risposta più smargiassa e vincente da dare? Per un attimo mi sento addirittura in colpa nei confronti del mio amico, un po’ quasi mi vergogno: tutto avrei voluto fuorché fare il figo con lui.

“Ma quale figo, no!”. La voce che avete sentito adesso invece è proprio la mia: mi capita spesso di parlare da solo, soprattutto quando cammino per strada con la testa fra le nuvole.

Più ci ripenso sopra e più mi convinco che non fosse la mia risposta a voler essere brillante, vincente… è proprio il lavoro che ho dichiarato a esserlo: scrivere è davvero la cosa più bella e appagante che mi sia mai ritrovato a fare. E dire che oltretutto mi è capitata quasi per caso. Dice sempre Mariella che, considerato che la maggior parte del tempo che passi da sveglio la spendi lavorando, tanto vale scegliersi il lavoro che più ti piace. Proprio questo sono i libri e le parole, per me: il modo migliore che ho di spendere il mio tempo: allora per quale ragione dovrei raccontare che faccio altro? Perché mai dovrei sentirmi snob… oppure in colpa ad ammetterlo?

“Poco ma sicuro, appena con Luca ci rivediamo glielo spiego”. E questa voce era di nuovo la mia.

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