Un soldo di Cacio. La parola agli scrittori: David Marsili, “perché scrivo”

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Per il mese di agosto (e forse di settembre?) ho deciso di sospendere la rubrica della Posta per lasciare spazio ad alcuni amici scrittori di matrice labronica chiedendo loro di elaborare una breve riflessione intorno a una questione secca e tuttavia enorme: PERCHÉ SCRIVO.
Naturalmente, questo spazio è aperto e a disposizione di tutti gli scrittori e scrittrici che vorranno dare il loro contributo. È sufficiente che scrivano alla redazione.

“Teresa, è un po’ che io e te non ci fermiamo più un attimo a parlare. (…) Di qualcosa. Qualcosa che vada al di là del più e del meno, per esempio”.
In questo brevissimo passaggio estrapolato da un romanzo di David Marsili sembra di ascoltare la voce del suo autore e di riconoscere il suo approccio gentile, garbato, e tuttavia incisivo verso le cose del mondo.

David Marsili

È suo il “Perché scrivo” di questa settimana. Ed è un testo particolarmente interessante perché proviene da un autore dal multiforme ingegno. David infatti non solo scrive romanzi e racconti, ma è anche musicista: chitarrista e compositore. E nel suo ultimo lavoro, l’ep “L’ideale” (lo si trova sulle principali diavolerie contemporanee per ascoltare la musica) ha saputo coniugare molto bene queste due anime, perché i brani sono stati realizzati ispirandosi a componimenti poetici – di Baudelaire e altri. A me è garbato parecchio.

Quanto alla narrativa, accenno solo a un paio di titoli: “Stagioni Chimiche”, che in qualche modo rimanda alla formazione dell’autore, biologo, così da ribadire il fatto che sono tanti gli strumenti presenti nella sua officina, tanti i territori in cui può spaziare e da cui può attingere; e l’ultimo in ordine di tempo, uscito nel 2019: “Sunset Ramadan”, un noir per di più di ambientazione labronica. David recentemente mi ha confidato che qualcosa bolle in pentola – considerazione peraltro valida per ogni autore in qualsiasi momento -, per cui sono parecchio curioso.
A conferma di una personalità elegante, misurata e discreta, il mio amico David nel suo pezzo ha scelto di parlare non tanto di sé, ma di scrittura proprio. Quindi: il suo “Perché scrivo”.

Perché scrivo? La parola a David Marsili

“Non so cosa penso finché non lo scrivo”. Ecco, questa frase di Don DeLillo potrebbe essere il perfetto epitaffio di uno scrittore.
Ha in testa un vortice di pensieri, idee che s’incastrano tra di loro e a volte finiscono in concetti compiuti, qualcosa in cui si possa avere fiducia e in cui credere. Però poi li dimentica, restano ingoiati da moltitudini di altre cose, le liste della spesa, i progetti sempre aperti e tutto il resto. E allora prova a scrivere qualcosa, lo butta giù con la penna o con i tasti, su un foglio bianco o su un file, sempre bianco ma retroilluminato. E allora forse qualcosa accade, i pensieri prendono una forma e il concetto condensa. Forse, a quel punto, sa davvero cosa pensa.
Ecco, una delle cose importanti della scrittura è questa, e lo è sicuramente nell’elaborazione di un saggio, di un articolo, di qualcosa “che parli di qualcosa”.
Ma la narrativa?
Quando uno scrittore mette su pagina una storia sa veramente, esattamente, cosa scriverà e sa già tutto di quello che accadrà a quella storia? I personaggi, gli attori, nascono subito o si costruiscono attraverso le strade che la storia percorre?
La scrittura, come l’amore e tutte le cose importanti, è un mistero.
Lo scrittore conosce solo una parte della verità dei personaggi, anche se crede di averli creati, di averli controllati completamente e di sapere tutto di loro. Ogni lettore troverà invece sfaccettature diverse, perché avrà un costrutto culturale personale, e sarà diversa l’interazione che la sua personalità avrà con quella dei personaggi.
Quindi, attraverso la scrittura, l’autore fissa, sì, cose che pensa, ma in realtà apre una breccia nel sé, più dubbi che certezze. Si espone alle domande, a cui deve cercare di dare risposte, e scopre mondi che, al momento dell’applicazione dell’ISBN sulla quarta di copertina, mai avrebbe immaginato.
E quindi, più che certezza: confusione, e quell’epitaffio di cui si parlava potrebbe essere diverso.
“Confusion, will be my epithaph”, come cantavano i vecchi Crimson.
Ecco, forse è per questo che scrivo. Quando scrivo.

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