Un soldo di Cacio: la morte? Un invito a vivere una vita profumata e a colori

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Caro prof Cacini,

ci accomuna la professione ed è per questo che mi prenderò la confidenza di parlare di un argomento considerato tabù: la mesta Signora con la falce che permea le nostre esistenze, ancor più in un momento come questo, in cui forse molti si dimenticano che ogni giorno le tristi automatiche trombe dei dati a lungo dettano il loro elenco di chi ha lasciato questa terra.

Eppure, non dovrebbe essere il pensiero della Morte, guardi, ci tolgo anche il giro di parole, di monito a una vita più vera e più degna? Questa pandemia credo che debba ristabilire delle priorità, soprattutto adesso che cominciamo a vederne la fine; addirittura mia moglie, non a caso nata nel ’66, che ricorda parecchio il numero del diavolo, è addivenuta a più miti consigli riguardo all’idea di vaccinarsi, sia pure nella triste Pisa, e non nel vostro bel Palamodì, intitolato a un artista mai così tanto nominato come oggi, e ricordo una sua bella risposta di tempo fa al riguardo.

Ma lei ho visto che è appassionato di calcio, e quindi non le sfugge che il 27 maggio ricorre l’anniversario della morte di Armando Picchi, 50 anni senza di lui, con tutto il rispetto per Ibra, ma altre tempre e altre storie. O è la nostalgia che ci fa vedere le cose attraverso una lente rosea, lei che ne dice? Tra l’altro mi son sempre chiesto se oltre allo stadio gli abbiate intitolato quella bella trattoria, che di ristoranti gourmet ne abbiamo a sufficienza, non lontana dal vostro porto.

Ma ora divago fin troppo dal tema centrale che è appunto il tabù della Morte nella nostra società che porta giocoforza al tabù della vecchiaia. Secondo me ci fa perdere qualcosa in termini di arricchimento dell’esperienza terrena, ma ci terrei a una sua opinione.
Alessio, Ponteginori

Un film di Pasolini del 1963, “La ricotta”, si svolge su un set cinematografico e racconta delle riprese di un film. A un certo punto assistiamo al dialogo tra un giornalista e il regista – interpretato da Orson Welles:
“Che ne pensa della morte?”.
“Come marxista, è un fatto che non prendo in considerazione”.
Il tema che lei propone, Alessio, ancorché scomodo, temo sia ineludibile. Marxismo o meno, non si può non prenderlo in considerazione, anche solo per decidere di non pensarci, come qualche volta ci viene suggerito per vivere meglio.

Io, figuriamoci. Quando ho voglia di fare due chiacchiere vado al cimitero. È lì che trovo il signor Cesare e insieme osserviamo il via vai delle persone con i fiori. Fiori che, tra l’altro, hanno un destino inverso al nostro: se ne stanno al cimitero quando sono freschi, mentre quando rinsecchiscono vengono portati via da lì. Però hanno fatto il loro: spargendo il loro profumo, rendendo più gradevole con i loro colori un posto grigio. Hanno vissuto la loro vita in maniera “vera e degna”, per usare le sue parole, Alessio. E io sulla morte la vedo paro paro come lei: un monito, un richiamo, un invito a vivere una vita profumata e a colori. Ed è una prospettiva che comporta coraggio e fatica, eh.

Peraltro non mi ha mai convinto la frase di Epicuro secondo la quale non dobbiamo preoccuparci della morte perché quando ci siamo noi, lei non c’è, e quando c’è lei, noi non ci siamo più. Non mi convince perché questa frase tiene conto della morte di sé, ma non di quella degli altri, che è un’altra rogna parecchio dura, e per affrontare la quale è richiesta un’altra bella dose di coraggio.

Quali siano i requisiti per cui la vita sia da ritenersi “più vera e più degna”, è una domanda che non ha risposte se non individuali. Una delle più frequenti è quella che rimanda all’esigenza di lasciare almeno una piccolissima, sottile, esile traccia che sopravviva a noi almeno per un poco. Io mi accontenterei dell’illusione di soffermarmi anche solo per qualche minuto “al limitar di Dite”, tanto per citare Foscolo, che su questi temi ne sapeva. È forse anche per questa folle pretesa, per questa delirante ambizione che Pitore è al mondo, e che scrivo e che insomma provo a esprimere qualcosa. Un’aspirazione assurda, a pensarci bene, per coltivare la quale ci vuole un bel po’ di coraggio e di faccia tosta.

Nel frattempo, guadagniamo tempo giocando la partita a scacchi con la mesta Signora con la falce, tirandola per le lunghe più che si può, avvicinandoci a quella che per Leopardi era “la detestata soglia” della vecchiaia. Ci andava giù pesante nel descrivere questa fase della vita: “muti questi occhi all’altrui core”, “il dì futuro del dì presente più noioso e tetro”, e così via. La veda come la veda Leopardi, fatto sta che si invecchia, Alessio. E io non ci vedo niente di male. Voglio dire: è un dato di fatto ineludibile anche questo, che richiede il coraggio della presa d’atto, senza far finta di nulla girandosi di là.

Apprezzi, Alessio, che evito di sottoporle il pippone relativo al bagaglio di esperienze dei nostri vecchi, perché rischio di banalizzare e poi perché mi piace pensare alle persone, più che alle loro prerogative. Custodi della memoria, enciclopedie da consultare, miniere di saggezza come no, tutte cose fondamentali, ci mancherebbe. Ma prima di tutto persone, cui è richiesto il coraggio dell’invecchiamento. Ecco, siccome gira e rigira ho parlato sempre di coraggio, di intraprendenza, l’anniversario di Armando Picchi cade a puntino.
Tuttavia, circa il coraggio, vorrei concludere ancora con Pasolini. Si tratta di un piccolo passaggio dal suo romanzo “Ragazzi di vita”:
“Tu non te ce butti?” chiesero al Caciotta. “Er coraggio nun me manca”, egli disse, “ma è la paura che me frega!”.

Un caro saluto,
Cacio

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