Un soldo di cacio: il lockdown e la mancanza del cinema

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Ciao Cacio,
nella tua rubrica non hai mai affrontato un tema che è fisso nelle conversazioni, cioè la pandemia. Come mai non ne parli? Soprattutto, vorrei chiederti cosa ti è mancato di più in questo periodo, te che dici sempre che bisognerebbe abbracciare i bambini, e anche gli adulti.
Grazie se mi rispondi,
Adele

Adele, dirti delle cose che mi sono mancate sarebbe troppo lungo e di sicuro poco interessante. Io credo di non essere proprio in grado di parlare di pandemia, perché è troppo presto: le cose le devo metabolizzare per bene. Mi ha fatto ridere il mio amico Claudio, l’altro giorno, quando ha detto che non capiva il pullulare di scritti che descrivono il lockdown. “Ma che vuoi descrivere? Un lo so bene anch’io com’è?”.
Mi soffermo su una cosa che mi è mancata, perché mi consente di fare un bel salto indietro. E siccome io sono un nostalgico professionista, non mi par vero.
Mi è mancato il cinema, Adele. Perché mi piace andare al cinema, ma bisogna che aggiunga che mi manca anche e soprattutto andare al cinema come si faceva una volta.

Innanzitutto, siccome il lessico è importante, quando ero piccino non si andava al cinema, ma al cinematografo. E il mio babbo mi ci portava rigorosamente la domenica pomeriggio.
Il cinema era un tempio, e quando si entrava bisognava osservare un atteggiamento rispettoso. L’androne al di là dei battenti di un’enorme porta a vetri – che per forza cigolava: mai trovata una che non cigolasse – era uno spazio immenso e gelido. Da chissà dove, giungevano strani suoni ovattati che inducevano a parlare sottovoce e a muoversi con cautela.
Ricordo che passavo diversi minuti a guardare le immagini del film che avremmo visto. Erano appese dappertutto. C’erano gli attori colti in espressioni curiose: la paura, lo sforzo per compiere un’azione. Allora cercavo di immaginare, con una strana apprensione, quel che mi aspettava. Osservavo, ed era già film. Anzi, “spettacolo”, per un termine che una volta tanto non è andato perduto a favore di un forestierismo.
Il mio babbo faceva i biglietti: dei pezzettini di carta minuscoli e arancioni.
Dopo c’era un ostacolo che per me bambino pareva invalicabile: una enorme, gigantesca tenda di velluto rosso, pesantissima. Le dita invano tastavano senza trovare il varco. Passata quella, un’altra tenda ancora. Si faceva desiderare, il cinema.
Quando entravi c’era solo il buio. Il buio completo. Allora bisognava starsene fermi qualche attimo, in attesa che gli occhi si abituassero e quel buio divenisse penombra. Così si potevano distinguere le poltroncine vuote dove sedersi. A volte eravamo accompagnati da una signora con la pila, che andava spedita e indicava i posti: “Qui e lì”. Ma io non vedevo e a volte urtavo la spalla di qualcuno già seduto.

Entravamo a film iniziato perché i biglietti non si facevano per il film, ma per l’ingresso in sala: per starsene al cinema insomma. Si andava senza la minima considerazione per l’orario di inizio. Poco importava se il film fosse già iniziato, se fosse a metà, se stesse per concludersi. Contava vedere. Vedere il film era più importante del film. Che veniva proiettato a ciclo continuo, senza pause eccessivamente lunghe. Lo si guardava per intero ma sfalsato: l’uscita dalla sala non coincideva con la conclusione del film, ma con la sensazione di avere già assistito a quel che stavamo vedendo. Di “essere arrivati al punto”, come si diceva.
“Babbo, questo s’è già visto”, gli dicevo se volevo andarmene. Oppure: “Si rimane un altro pochino?”. Un paio di volte è capitato che riguardassimo il film per intero.

All’uscita dal cinema, riguardavo le immagini del film appese nella sala e all’esterno. Ora erano dense di significato. Non richiedevano uno sforzo di immaginazione, ma di riconoscimento: “Qui è quando…”, “qui invece…”.
Nel frattempo ci impegnavamo a ricostruire la vicenda, a rimettere in ordine la trama. E tutto questo nulla toglieva al gusto della visione, anzi. Assistere da ultimo alla parte iniziale del film permetteva di sapere per esempio che diamine aveva combinato il colpevole per essere stato consegnato alla giustizia, o chiariva il motivo di una vendetta, oppure mostrava gli inizi di una storia d’amore di cui già si conoscevano gli esiti. Un po’ come quando si chiede a una coppia: “Ma come vi siete conosciuti?”.
Chissà come andrebbe oggi con i film che hanno i piani temporali sfalsati (cosa che a me garba parecchio, tra l’altro).

I minuti dell’intervallo – perché c’era sempre l’intervallo, a un certo punto, con la scritta a ribadirlo sullo schermo, casomai non si fosse capito – parevano lunghissimi. Nessuno parlava, oppure lo faceva sottovoce, per la paura di violare l’incanto della visione. A limite ci si guardava intorno, ma con cautela, in attesa di sprofondare di nuovo dentro al film.

Tra una proiezione e l’altra c’erano le pubblicità. Pubblicità appositamente per il cinema, che non vedevi in televisione. Le immagini sgranate, le voci dal marcato accento locale promuovevano aziende del territorio. Erano pubblicità dal fascino per me irresistibile: vere, genuine, per niente patinate. Ci sono ancora, per fortuna.
Poi la proiezione del film riprendeva. L’acciottolio del proiettore riattaccava ed era accompagnato da un conto alla rovescia: i numeri alternati a misteriose figure geometriche e dei “bip” che chissà cos’erano.

Come sono belli i nomi dei cinema, Adele. Nomi strabilianti e luminosi (Aurora, Eden, Lux, Splendor…), vòlti a un altrove indefinito (Metropolitan, Capitol, Ariston…) e onnicomprensivo (Universal), atti a magnificare le sorti progressive (Edison, Marconi, Moderno…). Tutti, non so perché, mi riportano a un’eleganza legata a epoche ormai trascorse.

Io sono contento della riapertura dei cinema, Adele. Perché il buio in sala è magico. Ma la cosa più magica del cinema è il profumo di cinema. Ecco, io vorrei che qualcuno brevettasse l’odore di cinema. Mi piacerebbe portarmelo dietro in una bottiglietta, così da dare ogni tanto una sniffata a quel misto dolciastro di velluto, noccioline tostate e odore di chiuso. Mi tirerebbe su di morale, stai sicura.
Ti saluto,
Cacio

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