Un soldo di cacio: i figli appartengono a se stessi e al mondo

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Caro, delicato, goffo, adorabile sig Cacini,

della sua storia ho apprezzato soprattutto la bellezza del suo rapporto con il figlio. Non si parla abbastanza di paternità nella nostra società, e soprattutto non se ne parla nei termini in cui lo ha fatto lei, o chi per lei. Io credo che l’essere padre, o madre, cambi per sempre la nostra esistenza. Io stessa quando divenni madre dei miei figli mi sentii per un attimo, in modo molto forte e quasi inspiegabile, madre dei figli di tutto il mondo.

Guardi, io arrivo a dire che per i figli si sopporta anche l’insopportabile, perché avere un figlio è come avere qualcuno che ti bussa forte forte sulla fronte e ti dice che è l’ora di svegliarsi, e pazienza se ti fa male, questo tump tump tump sulla fronte funziona da ‘promemoria’ che ti scuote da quel dondolio indolente che ti fa perdere tempo quando ancora non ti si è rivelata la Natura nella sua essenza più vera. Ecco, per lei cosa significa la parola ‘paternità’? La limita alla creazione terrena o secondo lei si può essere padri e madri anche senza avere figli, padri di un progetto, madri di un mondo? Grazie per l’ascolto.
Patry, Pontino.

Cara Patry,

la sua lettera è molto bella e la ringrazio. Sono righe dense, che inducono a riflessioni profonde, e io mica lo so se sono in grado. Anzi, mi sento ancora più piccino.

C’è un libro che mi garba un sacco, l’ha scritto Matteo Cellini e si chiama: “I segreti delle nuvole”. L’autore immagina che le nuvole siano abitate da tutti gli ipotetici bambini che potrebbero nascere. Per questo, da lassù, ciascuno di loro fa il tifo perché i propri potenziali genitori si conoscano, si piacciano e decidano di metterlo al mondo.

Io la vedo un po’ così: i bambini sono delle ipotesi che, a un certo punto, il destino vuole che diventino concrete.
Mio figlio Pitòre si è concretizzato un po’ per caso. Eppure io l’ho capito al volo che la mia vocazione era occuparmi di lui, che il mio posto era accanto a lui. Il problema che la mia vita venisse stravolta non si è proprio posto, anzi. E glielo lo dice un abitudinario olimpionico. Le cose hanno preso la piega che hanno preso, mentre tutte le ipotesi alternative sono rimaste lì a galleggiare, come in sospeso, nello spazio infinito delle possibilità. E ogni tanto è bello pensarci, alle infinite possibilità.

Davvero non so se di paternità si parli poco, tanto o abbastanza. Posso solo dirle la mia, fermo restando che ciascuno fa storia a sé. Io ne ho scritto perché la vivo tutti i giorni, accudendo mio figlio e inventandomi ogni volta qualcosa che possa contribuire alla sua crescita e alla percezione del suo posto nel mondo. Questo è quello che riesco a fare ed è il compito che credo mi spetti. In cambio, frequento una bella scuola di tenerezza e ho altri due occhi limpidi, genuini attraverso cui guardare il mondo.

Tuttavia, rimanendo nell’ambito delle infinite possibilità, non credo che avere un figlio costituisca necessariamente una forma di realizzazione di sé. Se fosse andata diversamente da come è andata, Pitòre se ne sarebbe rimasto sulla sua nuvoletta e io sarei stato altro da quello che sono. Né migliore né peggiore: altro. Questo per dire che ci sono una miriade di motivi per sentirsi persone irrisolte, e non penso si debba mettere di mezzo il fatto di avere figlioli o non averne.

Siccome Pitòre era un’ipotesi appollaiata sulle nuvole ad osservarmi, non credo mi appartenga. E qui arrivo all’ultima parte della sua bellissima lettera, Patry. Mio figlio non è mio. Appartiene a se stesso e al mondo. Provo dunque ad evitare di proiettare su di lui me e i miei desideri, perché sia libero di essere se stesso.
Non posso non concludere questa lettera con il componimento di un poeta che amo molto, Bruno Tognolini. È una filastrocca tratta da “Rime Raminghe”, edito da Salani nel 2013. Sono sicuro che le piacerà, Patry. Magari la conosce già.
Un abbraccio,
Cacio

FILASTROCCA DEI FIGLI DEL MONDO

Tu figlio di chi sei? Son figlio di due stelle
Nel cielo ce n’è tante ma le mie son le più belle.
Tu figlio di chi sei? Del sole e della luna
Non splendono mai insieme: cala l’altro e sorge una.
Tu figlio di chi sei? Son figlio del villaggio
Dieci madri, venti padri, cento cuori di coraggio.
Tu figlio di chi sei? Di un grande albero solo
Ma così alto e forte che da lui io spicco il volo.
Tu figlio di chi sei? Di un amore, di un viale
Di un bue e di un asinello, di un dio, di un ospedale.
Il nostro nome è uomini, siamo figli e figliastri
Di altri figli degli uomini, della terra e degli astri.

(da RIME RAMINGHE, Salani 2013)

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