Un Soldo di Cacio: dopo la pausa natalizia torna la nostra rubrichetta

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

N. 47.

Carissimo Cacini,
rieccomi, duro a morire come la gramigna, ho sempre timore di darle noia, anche se è un personaggio nato dalla fantasia di un grande letterato, è quel letterato che mi risponde, no? Alla mia età ogni Natale è un dono, e io contavo di arrivarci per farle gli auguri, comunque, acciaccato un po’ ma resisto.
Le auguro di vedere in cielo, ma stavolta per primo, una bella stella cometa!
Tante care cose, continuo a leggerla coi sistemi che sappiamo, figli che assecondano la mia cocciutaggine di vecchietto stampandomi le sue belle risposte e che le inoltrano le tediosissime mie. Me le godrò, le sue risposte, insieme a un bel cappone, che vivaddìo ogni tanto anche nella mia disicantata famiglia mi si asseconda anche nel mio amore per le tradizioni. Lei andrà alla Santa Messa? Alla mia età conviene far terze dosi e quant’altro, ma bisogna anche tenersi buono chi sta di là, se capisce ciò che dico.
Con immutata stima,
Giuseppe.

Bentrovato Giuseppe,
accolgo con gioia sue notizie dopo un po’ di tempo. Come vede, la sua missiva viene pubblicata con notevole e colpevole ritardo perché sono un cialtrone: mi sono preso infatti una breve pausa dalla rubrichetta in ottemperanza alle vacanze natalizie. Per fare che? Assolutamente niente. Quanto meno, nulla di urgente o di significativo.

Sono stati giorni, quelli delle vacanze, caratterizzati da una luce soffusa, di quelle che inducono alla malinconia per intenderci, interrotta ogni tanto non già da una stella cometa, ma dallo sfavillio delle lucine natalizie.

Con Pitore abbiamo giocato a chi intercettava le decorazioni luminose un po’ nascoste: quelle che si intravedono negli interni delle case, che sono appese sui terrazzi o agli alberi dei giardini. Sono le uniche luci natalizie che mi mettono di buonumore, perché hanno un che di intimo, di confidenziale che nulla ha a che fare con l’alienante sbrilluccichio dei festoni delle strade o delle vetrine.
Già la parola “addobbo”, Giuseppe, mi pare detenga in sé qualcosa di stantio, di pesante, come in una digestione faticosa.

A questo proposito, ne approfitto per dichiararmi ufficialmente contrario ai fantocci dei babbi natale appesi in prossimità delle finestre – quest’anno meno in voga, m’è parso – e ai versi poetici utilizzati in strada a mo’ di festoni luminosi.

Per il resto io e Pitore abbiamo fatto tappa fissa ai parchi cittadini, alternandoci in particolare tra il parchino dell’Odeon (Central Park, nel nostro slang) e quello di villa Fabbricotti.
Credo che i parchi pubblici di Livorno siano uno dei luoghi più idonei a raccontare i tempi che stiamo vivendo e quello che si può mettere in pratica per attraversarli.
Ci si patisce un freddo becco ma regalano una boccata d’aria, in senso proprio e in senso lato. I bambini giocano, mentre i genitori li osservano con circospezione. Si passeggia, così da scambiare due chiacchiere all’aria aperta.
Io personalmente amo appostarmi presso i chioschi che si trovano all’interno. Sono piccole oasi di felicità gestite da persone molto in gamba, capaci di renderli dei presìdi non solo di socialità, ma anche di proposte culturali. Quando la congiuntura lo permette, vengono svolti incontri con gli autori, rassegne, concerti.
Si respira sempre una bella atmosfera ai chioschini, anche adesso che la situazione è quella che è. Se c’è qualcuno con cui scambiare due chiacchiere meglio, altrimenti mi godo il solacchio timido di questi giorni, e tanto basta. Osservo quei pochi che passano, incurvati per il freddo, le incombenze, la fatica. Sorseggio qualcosa di caldo e adocchio Pitore affaccendato laggiù ai giochini. È il momento in cui in lui rivedo tutti noi. Arranca cercando di arrampicarsi sullo scivolo al contrario. Afferra i bordi con le mani e spinge forte con le gambette per risalire la lamiera inclinata, sperando di arrivare prima o poi alla cima e scendere dalla scaletta, finalmente.
Giuseppe, mi stia bene, io la saluto con affetto,
Cacio

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