Un Soldo di Cacio: “che ne sarà del cinema e dei cinema?”

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Cacio,
come passi le sere di questi giorni di estate? Io ogni tanto vado al cinema all’aperto: ci sono un sacco di film carini e poi c’è un bel freschetto. Te ci vai?
Come la vedi con questa pandemia? Che ci dobbiamo aspettare?
Ti saluto,
Laura di Corea

Cara Laura,
non combino granché. Trascorro le mie giornate con Pitòre e ogni lunedì, come forse avrai letto, compio il mio consueto viaggetto settimanale a Firenze.
Il cinema all’aperto mi piace proprio tanto. Ci vado e ci vorrei andare più spesso. E la tua osservazione me ne suggerisce altre, Laura.
L’altro giorno ne parlavo con il mio amico Cuper: che ne sarà del cinema e dei cinema. Le persone hanno voglia di tornare in sala? Hanno ancora desiderio del grande schermo? Cuper sostiene che ci siamo ormai abituati alla visione domestica delle serie televisive. Dice anche che, tra i ragazzi, andare al cinema non è più un’abitudine e che le serie sono il loro pane quotidiano.
Io, contrariamente a Cuper, non sarei così pessimista, perché credo che le cose siano integrabili, e le une non sostituiscano le altre.
Non mi addentro circa le prerogative della visione in sala, perché ormai lo sappiamo tutti e non c’è bisogno di tornarci su. Quello che invece mi preme sottolineare è che al cinema io ci sono sempre andato scegliendo per autore. Quando ero ragazzo, l’uscita di un film di Fellini, Kurosawa, Kubrick era un evento. A prescindere dal tema del film, dal cast o da chissà cos’altro. La “firma”, insomma, bastava e avanzava per suscitare un entusiasmo preventivo. Ancora oggi quello che cerco è la mano, lo sguardo, il “tocco” dell’autore. In altre parole, la sua poetica. Che lo rende riconoscibile anche da un solo fotogramma.

Quella delle serie tv credo che sia tutta un’altra faccenda. Un altro linguaggio proprio. Tant’è che possono alternarsi registi diversi a dirigere i singoli episodi. La regia è probabilmente una questione più tecnica che espressiva. Del resto non le scegliamo per autore ma per la trama, per il passaparola o per chissà cos’altro.
Insomma il cinema d’autore, Laura, credo che ancora passi dalla sala, anche se ogni tanto le prime visioni dei film appaiono pure sulle piattaforme.

Insieme a me e Cuper c’era un nostro amico, Marco, che di mestiere fa il critico cinematografico e lui sulle serie televisive ha una posizione drastica: non le guarda, non gli interessano perché “non è cinema”. Molti amanti del cinema invece non disdegnano questi nuovi strumenti espressivi. Hanno sceneggiature spesso geniali, perfette. Dei meccanismi narrativi sperimentali e innovativi. Una scrittura impeccabile. Una trama che tiene incollati. Tanto basta. E se non è cinema, sarà appunto qualcos’altro, che merita comunque curiosità ed attenzione.
Sulle serie tv, Laura, che si riproponga l’antico dibattito tra apocalittici e integrati, come ai tempi di Umberto Eco per la televisione?

Io non sono molto bravo in queste analisi perché non me ne intendo a sufficienza, Laura. Mi sono limitato a riferirti alcuni spunti venuti fuori da una conversazione. Per parte mia penso soltanto che sia bello, a prescindere, che ci siano un’infinità di modi e di possibilità attraverso cui le storie possono essere raccontate.

A Livorno c’è un’altra strada ancora. Mi riferisco all’attività del Salon du Cinema. Si tratta di un gruppo di agguerrite ragazze che dispongono di uno schermo gonfiabile gigantesco: sette metri per cinque. Mi creda, Laura: quando questo mega-schermo viene gonfiato ha un che di magico, di epifanico. La metafora di un’arte, quella cinematografica, tutto sommato giovanissima, che vuole imporsi per continuare ad ammaliare e affascinare ancora generazioni e generazioni.
Le ragazze del Salon du Cinema girano per la città mettendosi a disposizione di chi glielo chiede. Piazzano il loro schermo, attaccano le casse, aspettano il buio e poi fanno partire la magia del cinema. Il pubblico qualche volta trova la platea allestita, altre volte è bene che si porti una sedia da casa.
Parchi pubblici, giardini, piazze, agriturismo, spiagge: nel corso degli anni ho visto il loro schermo sistemato ovunque.
Grazie all’impegno di queste ragazze, se le persone perdono l’abitudine di andare al cinema, è il cinema che se le va a cercare.

Un abbraccio,
Cacio

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