Un soldo di cacio: bisogna riscoprire la cultura e i canti popolari

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
Share

Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele CecchiniIl cielo per ultimo“, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Carissimo Cacini,

ti scrivo perché mi sembri davvero tanto vicino agli ultimi, e io son così ultima che quasi divento prima, come quelli che doppiano le maratone. Si avvicina il 25 aprile e io come sempre penso ai casi della vita, che m’hanno portato a lavorare a servizio di una famiglia ricchissima (per carità, meglio ora di quando andavo sul motorino a fare le pulizie, unica consolazione le cicche che mi fumavo alle 5 del mattino quando attaccavo) che si picca di essere tanto attenta al proletariato, ma dalla sponda della piscina dove canteranno sì Bella Ciao tutto il giorno, ma poi le briciole dei tramezzini al salmone le levo io col cencio.

Ma non son qui a lamentarmi della mia vita, che ci sarebbe da scriverci altro che libri, da patrie galere a San Patrignano e tira giù non mi son fatta mancare nulla, ma dico, in questi momenti di celebrazioni di 25 aprile e 1 maggio, invece dei concertoni, non sarebbe il caso di riscoprire, ma riscoprire DAVVERO, la cultura e i canti popolari? Sennò è un po’ un riempirsi la bocca e basta, dico bene? Sarà che negli anni della mia gioventù non mi perdevo un coro dei maggianti della Garfagnana, un canto di cavatori delle Apuane o dei minatori dell’Amiata nemmeno sotto tortura ma io lì ce lo sentivo proprio, il fatto di essere un popolo unito, anche più di quando la mia botulinatissima ‘badrona’, come la chiamo io, mi cita Marx, sbagliandolo, fra l’altro.

Scusa, Cacini, non voglio fare polemica e non mi pigliare per rompicoglioni, ma ho notato che a volte rispondi te e a volte risponde il tuo autore, ma io a chi devo dare retta? Scherzo, eh, vai avanti così che di personaggi e scrittori patinati ci se n’avrebbe anche abbastanza.
Mirella, Chiesina Uzzanese.

Mirella,

ma che belle righe hai scritto. Hai messo in luce, per me e per lo sparuto gruppo di seguaci di questa rubrichetta, un angolo di mondo da una prospettiva inusuale. E le riflessioni che proponi sono interessanti altrettanto, almeno per me. Ti chiedo scusa per la pubblicazione tardiva, ma prendilo come un complimento: il 25 aprile è passato da un po’, ma le tue osservazioni son sempre valide.

Non saprei dirti se sono vicino agli ultimi, Mirella. Mi piacerebbe molto, questo sì. Che poi bisognerebbe capire ‘ultimi’ in base a cosa, e a quali requisiti. Non credo di incarnarne la fisionomia, di sicuro non ne sono il paladino. È una responsabilità che non vorrei gravasse sulle mie spallucce timide e di poco momento. Diciamo, più semplicemente, che il mio autore si trova a suo agio a raccontare di quelli come me, un po’ maltrattati dall’esistenza ma tenaci. Cosa questo comporti o voglia dire, credo di poterti rispondere con una certa sicurezza: un bel niente.

I canti popolari piacciono anche a me, Mirella. Qui a Livorno c’è un coro, diretto da Pardo Fornaciari, che si chiama Garibaldi d’Assalto, che propone un bel repertorio e non solo per le occasioni canoniche. Ti nomino questo perché ho parecchi amici che ne fanno parte, ma chissà qui in città quante altre realtà analoghe ci sono. Mi piace tanto il coro perché l’effetto d’insieme prevale sul singolo. In un’epoca di individualismo ed egocentrismo esasperato, il coro è in controtendenza: l’individuo non si realizza di per sé, se non completandosi in relazione agli altri. Mi pare una cosa molto significativa, anche perché ne emerge quel senso di unità, di condivisione, di appartenenza cui tu fai riferimento. Oltre al fatto che il coro ha la prerogativa di unire generazioni le più distanti, in un’epoca che invece tende spesso a parcellizzare luoghi e opportunità in base all’anagrafe. Qui ci si mescola, un po’ come succede nelle bande paesane, che è un’altra di quelle cose che mi garbano parecchio.

Il canto del Maggio è una tradizione che va scomparendo, purtroppo. Invece andrebbe difesa con le unghie e con i denti, perché rimanda a una grande tradizione, quella del poema epico-cavalleresco, che chi si occupa di letteratura non può non amare. E anche chi non se ne occupa. A sentir parlare di Maggianti mi balza agli occhi tutta una tradizione, per lo più orale, che per me, magari solo per me, è legata in ordine sparso ai saltimbanchi, ai burattini, agli stornelli, ai cantastorie, ai giullari, agli artisti di strada: un patrimonio culturale enorme del nostro Paese, che a stento sopravvive. Come faremmo senza Gelsomina e Zampanò? E se mi chiedi di un libro a questo proposito, ti direi “Angelica e le comete” di Fabio Stassi.

Ecco Mirella, capita di avere dei libri cui si è particolarmente legati. E non solo per la loro bellezza, le loro qualità, il contenuto insomma, ma perché ti ci affezioni proprio, e non sai dire bene perché. Forse li associamo a un momento particolare della vita, forse evocano qualcos’altro, o toccano corde particolari. Chissà. A volte accade. Per me uno di questi è “Cavatori“. È un libro di un fotografo, Enzo Cei, che descrive molto bene questa realtà. Fotografia sociale, un bianco e nero molto intenso, che fa emergere il coraggio, la tenacia, la forza fisica e d’animo necessari per sostenere quel lavoro. Ne viene fuori un poema epico per immagini, appunto. Se ti capita, adocchia qualcuna di queste foto perché ne vale la pena. Alle cave bisognerebbe recarsi spesso in una sorta di pellegrinaggio. Che posti. Enzo Cei mi raccontò a suo tempo di aver frequentato quotidianamente le cave e i cavatori per oltre un anno, prima di prendere in mano la macchina fotografica. Un aspetto che mi ha colpito molto, perché racconta il rispetto, la cura, il coinvolgimento che a volte sono sottesi alla creazione artistica.

Hai perfettamente ragione: a volte quell’impertinente del mio autore si intromette maldestro con considerazioni fuori luogo. Se mi chiedi a chi dare retta, precauzionalmente ti direi che è meglio se non dai retta a nessuno dei due.
Un abbraccio grande e grazie per le tue righe,
Cacio

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*