Soldo di Cacio risponde ai nostri lettori

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

N.68

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Carissimo Emilio,

scusa se ti do del tu ma mi sembra davvero di conoscerti e, pensa quanto sono sciocca, anche lontanamente ipotizzare che tu conosca me, come se fosse possibile conoscere un personaggio che non esiste o un ologramma.
Non mi dilungo troppo su di me, giusto due dettagli per spiegarti meglio chi sono: in gioventù ero molto indecisa se frequentare una scuola che “mi avrebbe preparato a un mestiere” o un liceo, magari lo scientifico che fornisce una preparazione ad ampio spettro. Te la taglio corta, anzi cortissima: scelsi ragioneria, di cui ad ora ricordo solo quanto mi piacesse la musica che arrivava dall’attiguo Mascagni. A te piace la musica, suoni qualche strumento? Che cosa ne pensi del rapporto tra musica e parola? Per me la letteratura è parola e musica al tempo stesso.

Tu che cosa ami leggere? Segui lo stereotipo per cui d’estate si legge leggero (scusa il gioco di parole scarso), quindi umorismo, comicità, ecc o non ti curi troppo delle stagioni e magari ti leggi dei libroni che parlano di morte, allo stesso modo di coloro ai quali non dispiace un ragù di cinghiale al posto di un pesto di basilico a ferragosto?

Preferisci i social o le chiacchiere di persona e parli mai tra te e te? Io amo la scrittura in tutte le sue sfaccettature, ma pensa che son così distratta che addirittura mi invio sulla mail dei punti che sviscero in seguito per paura di dimenticarmene.

Qual è la tua opinione sulle tecniche di scrittura, le trovi valide, è un argomento che ti interessa? Sai, io m’interesso, si potrebbe dire m’impiccio, un po’ di tutto e quindi anche l’episodio più minuscolo mi diventa quasi una montagna, a furia di pensarci e di parlarne tra me e me. Spazio dalla storia alla politica, al contingente (se ti va dimmi cosa ne pensi del nuovo ospedale, ma solo se ti va) e mi sembra che tutto alla fine abbia un senso, ultimamente sto cercando di compilare un libriccino, se ci riesco magari te lo invio in redazione, e lo leggi in bagno, sui proverbi e modi di dire, spesso antitetici tra di loro, pensa solo a “Altezza mezza bellezza” e “Nelle botti piccole ci sta il vino buono”. Quanto è importante, se lo è, secondo te, non perdere il contatto con la tradizione verbale popolare? Non ti sembra che si arrivi all’alto solo partendo dal basso? Avrei ancora tante domande da farti, forse te le farò in altre occasioni.
Grazie e ancora grazie per questo tuo essere singolo che ci fa sentire plurali.
Alessia Vittori, Caletta.

Alessia cara,

innanzitutto, se mi dai il permesso, questa cosa dell’essere singolo che fa sentire plurali me la rigioco altrove quando ci avrò l’occasione, per fare bella figura. E poi ti ringrazio per questa mail densa e accurata, che mette sul piatto così tante questioni che io manco saprei da dove cominciare. Provo a risponderti percorrendo le vie che mi sono congeniali, cioè quelle traverse che, diciamo apparentemente, risultano molto poco attinenti alle domande che poni.

Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di accompagnare Pitore a un festival per bambini e ragazzi che si è tenuto qui in Fortezza Nuova. Si chiama “Con-fusione”. I nomi composti a questa maniera, per festival e affini, non è che mi garbino granché, ma tant’è. Quello che conta è che mi sono divertito un monte anch’io: abbiamo attraversato mari dentro a una cambusa alla ricerca di Moby Dick, si sono visitate le infinite case di luce e ombra di amarbarì, ci siamo divertiti con le acrobazie di Leòn e della sua amica meravigliosamente svalvolata, abbiamo cantato le canzoncine al don Nesi in Corea.

Tutto questo lo dobbiamo al lavoro (e all’abnegazione, e all’energia, e all’intuizione, e alla pazienza, e insomma a tutta quella roba lì) dei ragazzi del Teatro della Brigata e di chi ha collaborato con loro. L’idea di proporre una rassegna dedicata ai piccini secondo me è di molto ma di molto ganza, perché offre loro l’opportunità di entrare in contatto con strumenti espressivi che non sono certo abituali e che difficilmente hanno l’occasione ad avvicinare. E poi c’è il coraggio di credere nelle nuove generazioni, dargli fiducia (e strumenti), porli al centro e spalancargli dei mondi. Hai ragione, Alessia, quando dici che per arrivare in alto bisogna partire dal basso.
La risposta e l’interesse – anche da parte dei genitori – mi pare ci sia stata e di molto, perché per prendere i biglietti s’è ammattito parecchio, visto che erano sempre gli ultimissimi. Io, che ti devo dire, sono rimasto folgorato. In particolare mi sono divertito un monte a fare ogni volta zitto zitto la stessa cosa: guardare le facce dei bambini durante gli spettacoli.

Non so se hai presente, Alessia, una sequenza dei “Quattrocento colpi” di Truffaut. Antoine, il bambino protagonista del film e il suo amico, una mattina decidono di non andare a scuola – marinare? fare brucia? salare? – preferendo gironzolare per Parigi. A un certo punto capitano a uno spettacolo di marionette. Truffaut per questa scena aveva allestito un vero spettacolo, nascondendo una macchina da presa proprio sotto il palco, in modo da riprendere i volti dei bambini durante la rappresentazione senza che se ne accorgessero. Ne è venuta fuori una sequenza magnifica, indimenticabile, clamorosa, in cui lo sguardo del regista indugia a lungo su una miriade di visi, attraverso i quali meglio non si potrebbero definire l’incanto, la meraviglia, lo stupore.
Questo per dire che non occorrono chissà quali marchingegni, apparecchiature o effetti speciali. Il radar dei bambini intercetta al volo la fantasia, la creatività. Sono le storie, i personaggi, le loro avventure che inevitabilmente rapiscono, e i bambini sono i più disponibili a lasciarsi andare e stare al gioco.

Io se tutto abbia un senso, sinceramente non lo so, Alessia. Molto spesso mi pare di non trovarlo, o di averlo perduto. Però ci basta poco, anche a noialtri, per alzare le sopracciglia ed esser contenti, o almeno averne l’impressione. Per esempio osservare i volti dei bambini durante uno spettacolo teatrale. Ed è un poco che è un’enormità, perché sono quelli i momenti in cui si rivela la poesia, che è quello che rimane, e alla fine si vive per questo.
Tuo,
Cacio

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