Soldo di Cacio: oggi si parla di Dante Alighieri

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Carissimo professore,

nella sua rubrica viene citato molto spesso il Sommo Poeta, di cui anch’io sono affezionato e mai sazio lettore. Se poi ci mette che in passato ho avuto modo di conoscere in vacanza Pupi, piacevolissimo compagno di viaggio e amatissimo per me regista, direi anzi regista delle piccole grandi emozioni, immaginerà con quale slancio sia corso al cinema per vedere la pellicola. So che anche a lei, o chi per lei, il cinema piace mica poco, per cui mi azzardo a chiederle se le è piaciuto il film su Dante. Io ho trovato la rappresentazione dell’amore di Dante e Beatrice un pochino edulcorata, forse troppo mistica, e la recitazione un po’ bisbigliata, sarà che io Dante me lo immagino irruente, litigioso, quasi, e comunque terreno nel suo essere divino, o sarà che son sordo io.

Che cosa ne pensa del Nobel attribuito alla francese Annie? Le piace la sua prosa scabra e neutra che affonda coltelli nel cuore? Io sono certissimo che con un dono così potrebbe pure permettersi di scrivere la biografia di un pizzaiolo, senza nulla togliere, e arriverebbe comunque a toccare corde inusitate.

Sa che mi capita, passeggiando per Livorno, di vedere questi murales che mi evocano tanta letteratura? Chissà perché, forse perché sono suonato, chi può dirlo…lei li ritiene più un abbellimento o più un tramite verso l’arte davvero democratico in quanto fruibile da tutti? Non sa quante domande ancora vorrei farle, ma non voglio apparirle ossessivo e mi riservo di godermi la risposta che, troppa grazia, vorrà concedermi.
Un sentito saluto,
Niccolò B. – Piazza Roma Grattacielo

Caro Niccolò B.,

condivido con lei un poco di sordità. Specie in determinati contesti affollati, mi capita sovente di porre il palmo dietro all’orecchio a mo’ di parabola, per intercettare meglio le parole. Date le vicissitudini contemporanee che ci sono date in sorte, chissà se è proprio una iattura, codesta.

Su Dante non so che dirle, dal momento che il film non l’ho visto. Non ho avuto modo, ma forse ci rientra una velata forma di sciocco pudore, non saprei.
Però la sua domanda mi suggerisce una considerazione di carattere generale, che esula assai dal caso singolo cui lei fa riferimento.
Mi domando perché ci si ostini a vedere nel film il punto di arrivo di un’opera letteraria. “Che bel libro”, – senti dire – “bisognerebbe farci un film”. Poi magari il film ce lo fanno per davvero, e il risultato è l’inciampo nell’immancabile, amara considerazione: “Era meglio il libro”. Che poi, via, non è vero neanche questo, e di casi se ne possono mentovare parecchi.
In linea di massima dopo avere letto il libro – io, Niccolò, le parlo da lettore niente affatto accanito – preferisco lasciare all’immaginazione quel che è, e i due codici rimangano distanti. Due creazioni artistiche differenti (non due prodotti, badi bene). Non l’una il derivato dell’altra.

Visto che si parla di Dante, le segnalo l’uscita di un bel volume, “Dante e oltre”, del mio amico Hans Honnacker, valente studioso di letteratura, che ha messo insieme un bel po’ di saggi sull’argomento e non solo. Lo ha pubblicato con la casa editrice livornese Erasmo e lo presenta nell’aula magna del Vespucci mercoledì 7 dicembre alle 18 in compagnia di Elisa Squicciarini. Se viene, sarà anche l’occasione per scoprire che ci combina Marisa Fenoglio, sorella di cotanto Beppe, con gli ovini kinder.

Già che sono in vena di segnalazioni e visto che si è parlato di trasposizioni da libri a film, le dico anche che da oggi pomeriggio fino a stasera al Don Nesi in Corea fanno un bell’omaggio a Lucianone Bianciardi. Ragionano un po’ di questo autore e poi, dopo cena, proiettano “La vita agra”, il film di Lizzani tratto dal romanzo. Un mio amico, Fabio Canessa, uno di quelli che interverranno stasera, mi ha spiegato che nel film di Lizzani si fa ricorso parecchio alla musica jazz, essendo quella di Bianciardi proprio una prosa jazz. Credo che Fabio abbia proprio ragione, e mi piace questa definizione della scrittura di Bianciardi. E qui non è in ballo la trasposizione ma la commistione tra le arti.

Volendo fare il paraculo, Niccolò, potrei chiudere il cerchio con la commistione del prosimetro della “Vita Nova”, da cui si era partiti. Invece ammetto signorilmente di aver fatto una rubrichetta che è un piccolo spazio informativo, se le cose in questione valgon la pena di essere presentate.

Sono belle? Sì. Servono? Non lo so. Interessano? Chi lo sa. Cambiano qualcosa? No. Ma è importante tirare avanti a farle e a parlarne, anche se a volte si ha l’impressione che il discorso si rigiri un po’ tra di noi, il che è assai sconfortante. Non come i murales, che sono arte a disposizione di tutti e fruita da tutti. Sarà anche per questo che mi garbano parecchio.

Dante e Bianciardi, l’uno agli albori e uno al limitare della nostra età nell’uso del volgare toscano, qualche volta parecchio volgare: di entrambi si è parlato un monte, per via del centenario. Continueremo a parlarne con la stessa costanza? Vorrei sperare di sì, ma temo di no. Però magari grazie a codesti festeggiamenti qualcuno che non ne sapeva niente li ha accostati. E magari gli si è aperto un mondo. Dici nulla.
Un abbraccio grande,
Cacio

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