Soldo di Cacio: Luciano Bianciardi, scrittore impossibile da etichettare

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Lettera n. 76

Carissimo Cacio, esimio amico della mia rubrichetta preferita, che nemmeno Augias e Serra (Michele, come il suo autore, peraltro, sarà un caso ma nomen omen), eccomi a manifestarmi come sua platea.
BIANCIARDI. No, dico: BIANCIARDI!

Oggi, 19 dicembre, ho l’onore di sedere in prima fila alla biblioteca comunale Zuccarelli, a Pitigliano, dove è in programma il reading teatrale e musicale “Bianciardi in Kansas City” ispirato alle opere del grande Lucianone. Spero di incontrarla, magari vicino di seggiola, io sono già sul treno e, intanto che mi rileggo Luciano, mi chiedo: ma secondo lei a Pitigliano, il tufo crolla e l’argilla scivola o viceversa?

Definirmi ammiratore di Bianciardi è veramente un “understatement”, io sono un fanatico del nostro, e dico nostro a ragion veduta, la sua lungimiranza, ma che dico lungimiranza, qui siamo alla chiaroveggenza, mi squarcia l’anima e il respiro, solo Pasolini riesce a fare lo stesso. Voglio dire, se lei riesce a trovare al mondo qualcosa di più contemporaneo di ”La vita agra” o di “Ragazzi di vita”, mi faccia un fischio.

Mi scusi, la utilizzo un pochino come posta del cuore, ma io ho in comune una cosa, una sola purtroppo, con Pierpaolino. Sono squassato tra l’amore che provo, temo ricambiato, per un mio collega, e una religiosità profonda. Già, sono cattolico, mariano e praticante (e coniugato con una donna che non vorrei far soffrire, così come il mio collega, non con la stessa, eh), e a lei giustamente non gliele può fregare di meno del mio tormento, ma le chiedo: in che misura, secondo lei, il senso di colpa così intrinseco nel nostro essere cattolici ha influenzato la letteratura italiana? Mi fa qualche esempio? E si può essere profondi e fatui o è un’eresia? Per dire, io mi ritengo un pasdaràn della cultura, ma non mi dispiace neanche il culturismo, sarò in contraddizione? E la contraddizione, ci fa bene o ci fa male?

Ultimo, lo giuro, argomento che vorrei affrontare: la musica e la provincia. Il nostro Bobo, a cui auguriamo pronta guarigione, ce lo vedrebbe mai a spaccare gli strumenti come un qualsiasi Damiano a Las Vegas? Eppure Damiano gira il mondo e Bobo gira i canali. Ma la musica, mi corregga se mi sbaglio, è irrompere, non rompere, vero?
Cacio, gliene ho dette mille, affastellandole peggio di Joyce nel suo “Ulisse”, anche quello, o che meraviglia è? e la saluto augurandole un Natale sereno.
Suo Giuse, Benci Centro

Caro Giuse,
le rispondo in vergognoso ritardo e mi scuso, ma almeno l’ho scampata dal vortice del “se non ci si rivede auguri”.
Su Bianciardi, che le devo dire. Non c’è versi: noi toscani bisogna per forza passare da quella porta aperta sfondata. E mi fanno un po’ specie le celebrazioni del centenario. Lui sicuramente ne avrebbe ridacchiato. Speriamo almeno che siano servite a diffonderne il verbo.
Io peraltro mi ritengo pedissequo seguace del modello da lui elaborato di un neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio. Sarebbe bello vivere a codesta maniera, o almeno sarebbe bello non smettere di pensare che sarebbe bello vivere a codesta maniera. Questo per rispondere anche alle sue ubbie sentimentali, Giuse: alla fine, se uno non fa del male a nessuno, è bene che faccia quel che sente e come gli pare. Almeno, io la vita la vivo un po’ così, come viene viene, e tante sovrastrutture non mi va di sobbarcarmele, ché già si fa parecchia fatica.
Di Bianciardi mi piace che sia uno scrittore impossibile da etichettare, come le sue opere: romanzi? saggi? autobiografie? Chi lo sa che roba è. Mi piace la concezione di opera letteraria come “incazzatura”, come “solenne pisciata”, tanto per citarle un paio di definizioni che lui dava de “La vita agra”. Mi piace lo spirito anarchico-individualista, cui mi sento di riconoscermi in tutto e per tutto.
E concordo con lei circa la chiaroveggenza di Lucianone nostro. La vita sarà stata pure agra, ma la vista era lunga, e intuiva (altroché!) la fregatura delle magnifiche sorti e progressive dell’Italia del “Sorpasso” economico. Ma più ancora di questo, ciò che mi attrae in Bianciardi (e in Pasolini), è il racconto del dolore. Sarà perché ognuno razzola nella scrittura verso ciò che vuole, alla ricerca di una qualche affinità d’animo. Bianciardi ha uno sguardo doloroso verso le cose del mondo. Non sempre, eh. Ogni tanto emerge, di sguincio. Se rivolto all’altro, è uno sguardo a metà tra il compassionevole e la presa per il culo. Se a se stesso, è uno sguardo allibito, rassegnato, perplesso, basito, di chi ha progressivamente perduto la fede nell’utopia o almeno nella possibilità di un cambiamento; di chi è ormai in esilio dalla vita; di chi ha visto la Resistenza fare la stessa fine del Risorgimento. Se non sono contemporaneità queste cose qui, Giuse, di cosa siamo soliti piangere?
Eppure, fino all’ultimo, Biancio lancia il suo grido disperato: fare all’amore non è vergogna, vergogna è uccidere, morire di fame, chiudere la gente in prigione o al manicomio, giudicare. Suggerisce di spegnere la televisione. E soprattutto: lasciare in disordine.
Alla fine, credo che sia proprio il disordine a raccontarci per quel che si è. Almeno, è quel che vale per me.
Un abbraccio dei miei,
Cacio

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