Soldo di Cacio: la partita di calcetto? Un esperimento sociale interessante

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

N. 80.

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Ciao Cacio,
butto un’occhiata qui sopra il venerdì per leggere le tue righe, che a volte mi paiono interessanti. Te rifletti sempre su tante cose, ma del tuo quotidiano dici solo di tuo figlio e delle lunghe passeggiate per Livorno. Ma come lo passi il tempo libero? Che ti piace fare? Una volta qui ti hanno chiesto della musica e non hai risposto. Come mai?
Ti saluto,
Milena (Magenta)

Cara Milena,
se non ragiono di me un po’ è per pudore, un po’ perché davvero ritengo la mia vita niente di che. È una storia semplice come tante. Per farla sembrare interessante e darmi un tono, c’è stato un periodo in cui mi inventavo degli aneddoti. Ma lo sconcerto sul viso degli altri e le pacche sulle spalle alla fine mi hanno indotto a desistere. Gli aneddoti ganzi proprio non fanno per me.

Per giunta, malgrado il narcisismo e l’egocentrismo imperanti, credo che le vite di noialtri esseri umani alla fine si assomiglino un po’ tutte. Proviamo gli stessi sentimenti, abbiamo grosso modo le medesime ansie e aspettative per cui, come vede, ci può stare pure che un personaggio del mio ridottissimo calibro, uno che, diciamo la verità, ha ben poco da dire, addirittura assurga a protagonista di un romanzo, o presunto tale. Perché la mia è una condizione se non condivisibile, quanto meno condivisa, e racconta anche gli altri.

A proposito di esperienze comuni, non particolarmente avventurose, voglio raccontarle di quel che combiniamo con il mio gruppo di amici. Cascasse il mondo, tutte le sante settimane all’ora stabilita ci ritroviamo per la partita di calcetto. No Milena, non tema: non ho intenzione di tediarla con racconti di prodezze e di gol all’ultimo minuto.
Piuttosto, credo che questo del calcetto, almeno per come capita a me, sia un esperimento sociale decisamente interessante.
Dico così perché innanzitutto presuppone un impeccabile impianto organizzativo, messo in piedi senza pianificazione alcuna. Affinatosi nel tempo, ha seguito pari pari l’evoluzione degli strumenti di comunicazione.

Nel paleolitico si imbastiva un vorticoso giro di telefonate fino a raggiungere la soglia dei dieci giocatori necessari, con annessi cortocircuiti (due persone che trovavano in contemporanea il decimo: a chi toccava rinunciare?). Poi ci sono state le mailing list e adesso la messaggistica.

Sono cambiati i mezzi, ma mai è venuto meno un certo rigore etico. Sulla chat del calcetto ci si segna, in ordine crescente, e solo quando si è sicuri. Perché sarebbe disdicevole segnarsi e poi rischiare di non partecipare: significherebbe abbandonare gli altri nove al crudele destino di una insipida partita 5 contro 4.
Poi, per carità, l’imprevisto può capitare (e sempre più frequentemente ha a che fare con gli acciacchi fisici). Chi defeziona allora sente l’obbligo morale di trovarsi in autonomia il sostituto, in modo da mondarsi della colpa. Altrimenti allerta il gruppo che mette in moto la macchina di reperimento del decimo, salutato come il salvatore della patria.

E poi la prenotazione del campo, le pettorine, la composizione delle squadre, il necessario per proteggersi dalle intemperie. Il riscaldamento un quarto d’ora prima. Gli spettatori mai presenti.
A questa organizzazione ferrea, impeccabile, segue la partita, che è un interessante esperimento di autodeterminazione e autoregolamentazione: l’arbitro non c’è, eppure le decisioni, a carico della collettività, vengono prese e accettate serenamente. Tutto è affidato al buon cuore dei giocatori, e le confesso, Milena, che non ho mai assistito a scene apocalittiche per un fallo, per il tempo di gioco, per i gol fantasma, per un fallo laterale. Credo che questa serenità di fondo sia dovuta alla consapevolezza della miserrima condizione in cui noi tutti versiamo (fisicamente, tecnicamente, e nel mio caso non solo), per cui alla fine conviene sempre ridere di se stessi. A proposito di narcisismi.

Eppure, mi creda, durante quell’ora di gioco c’è impegno, agonismo, nessuno che si tira indietro. Ne vengono fuori partite tignose, tirate, sofferte. Perché quando si gioca si torna bambini, e i bambini nel gioco sono serissimi.

La provenienza dei giocatori la più eterogenea e variegata – non siamo il classico, storico ‘gruppo di amici’ che poi si ritrova lì – non impedisce che si creino, comunque e a prescindere, legami forti, solidi, grazie al fatto di condividere, fosse anche una tantum, questa piccola ma significativa esperienza. Le amicizie quelle belle nascono anche così.

C’è una sola cosa che complica tutto, maledettamente: ogni volta, a una certa ora, da un vicino ristorante specializzato nella cottura alla brace arrivano vampate di aromi e fragranze devastanti. Lei capirà, Milena, che si gioca all’ora di cena e a digiuno, per cui è durissima resistere. La tentazione di andarsene a cena lì subito dopo c’è. E infatti io e i miei amici cediamo immediatamente. Non è rugby, ma anche noi ci s’ha il terzo tempo, che crede?
Un abbraccio,
Cacio

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