Soldo di Cacio: la fine della scuola? Una faccenda sentimentale

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Buongiorno carissimo signor Cacini,

mi aggiungo alla pletora di lettori che la ringraziano perché sento che lei davvero ci mette tutto il cuore nelle risposte che dà, e c’è bisogno di cuore di questi tempi, non crede?

Non le nascondo di avere una storia personale piuttosto travagliata, ma lei mi sembra uno che non ha pregiudizi, per cui non mi vergogno a dirle che in passato ho avuto dei momenti di vero crollo emotivo che mi hanno portato a un passo da quegli istituti che Basaglia, misconosciuto e frainteso Basaglia, ha combattuto per tutta la sua breve vita. Le volevo quindi chiedere in che modo la pazzia, o il disagio mentale, amplificano o confliggono con la creatività, secondo lei.

Genio e sregolatezza è solo un cliché o contiene del vero? Glielo domando perché nel mio momento più buio trovavo quiete solo dipingendo, mi vedevo quasi come un Toulouse-Lautrec, meno geniale ma un pochino più alto, che purtroppo non viveva in un postribolo ma nella quieta, e terribile, campagna toscana, o un Van Gogh con le orecchie intonse, faccia lei. Ero naturalmente lontanissimo da tanto talento, ma le assicuro che quando sto meglio dipingo tanto peggio. Può chiedere al suo autore se gli capita lo stesso? Spero di no, perché bravo com’è allora sarebbe molto matto, per la proprietà transitiva.

Andrà alla bella mostra di Grubicy? Io penso che lo farò in concomitanza con la lezione di quel professore che non condivido ma che voglio ascoltare, non è forse il dissenso l’unico modo per capire? Le faccio perdere troppo tempo prezioso, ma è così bello fermarsi per fare due chiacchiere mentre in cielo il tramonto sfilaccia le nuvole e le tinge di rosa.
Ancora tanto tanto affetto, Cacini caro.
Lorenzo, Lorenzana

Caro Lorenzo,

la vita è davvero troppo breve per essere sputtanata vivendola da normali, che oltretutto è un termine agghiacciante.
Intendo dire che il seme della follia è democraticamente diffuso, per fortuna, soprattutto – io credo – in chi si azzarda a salire su un palco, a pubblicare un libro, a esporre le proprie tele o insomma decida di comunicare attraverso uno dei tanti strumenti di espressione artistica contemporanei.

“Bisogna essere un po’ psichiatrici”, ha chiosato in proposito giusto l’altro giorno Bobo (Rondelli) quando si chiacchierava di queste dinamiche. Se davvero un’opera contiene sincerità e urgenza di dire, se insomma dentro ci scorre il sangue, per l’autore è un po’ come mettersi a culo ignudo davanti al mondo: imbarazzante, indubbiamente, ma necessario e inderogabile.

Ché poi alla fine, al netto delle orecchie mozzate e delle deformazioni ossee congenite cui lei fa riferimento, Lorenzo, ciò che rimane è l’opera e il contenuto di verità che essa veicola. Può anche essere che il disagio esistenziale, il dolore, la follia incrementino la sensibilità e le capacità espressive, così come – penso a Baudelaire, per rimanere in Francia – l’uso delle droghe, tuttavia se un capolavoro nasce da un autore che conduce una vita assolutamente anonima, banale, capolavoro rimane e a me mi va benissimo. A volte, forse, equipariamo romanticamente l’ispirazione alla folgorazione e alla sregolatezza, laddove secondo me c’è anche tanto “artigianato”, soprattutto nel senso del lavoro di lima.

Ho apprezzato moltissimo la chiusa della sua lettera, Lorenzo, con l’accenno tutto pittorico al tramonto. Ne approfitto per chiosare qualcosetta circa giugno, che è tempo di chiusure. Non certo della vita notturna, degli stabilimenti balneari e di tutto quanto l’estate si porta appresso, ma della scuola sì. Il giorno in cui questa puntata della rubrichetta viene pubblicata coincide proprio con l’ultimo giorno di scuola. Per me, umile docente di educazione artistica delle scuole medie, sono momenti di rara bellezza. La fine della scuola è una faccenda sentimentale, fatta di frenesia positiva, di saluti, di addii e di lacrime di quelle belle. L’incombere dell’estate costringe ciascuno a dare il meglio di sé.

Le lacrime dei ragazzi che lasceranno per sempre l’istituto raccontano della scuola come di casa, del luogo familiare che si è preso cura di loro e li ha cresciuti. È sempre dura staccarsi dal grembo e spiccare il volo, ma loro poi ci riescono, come il rondone di Montale.

Non vorrei intristirla, Lorenzo, ma non mi riesce altrimenti. Già provo anch’io una nostalgia preventiva dei ragazzi che non vedrò più e mi tengo zitto zitto il magone da non so quanto. Lo so, non è un bel vivere ma sono fatto così. W.H Auden l’ha definita la capacità di percepire il suono di un tuono in lontananza durante un picnic.
Già che ci sono: siccome un personaggetto del mio calibro alle prese con le difficoltà in cui mi ha crudelmente immerso il mio autore vive la condizione del ‘come la fai la sbagli’, allora io provo anche un costante senso di colpa preventivo.

Una vita vissuta in preventivo disagio. Non male come definizione.
La abbraccio Lorenzo, e passi una buona estate.
Cacio

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