La posta di Emilio Cacini: Lorenzo, che divenne Lawrence ma rimase Ferlinghetti

Personaggio nato dalla fantasia di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Signor Cacio,

le scrivo perché mi sembra una persona molto sensibile e sono ragionevolmente sicuro che anche lei come me avrà ricevuto una mazzata nell’apprendere della morte di uno degli autori più originali e innovativi che abbiano solcato questo pianeta (per carità, molto a lungo, non lo nego), ossia Lawrence Ferlinghetti. Qual è la sua opinione su questo grande rivoluzionario? Secondo lei una persona come Lawrie come avrà vissuto quest’epoca di ‘troppo’?

Troppa roba, troppi commenti su tutto, troppi cuochi gourmet, troppi astrologhi e troppi dentifrici, una pletora di inutilità che ci allontana dall’essenziale. Io credo un po’ al Caso, e voglio sperare che ci sia un senso nella morte di Ferlinghetti che cade proprio nell’anno del settecentenario di quella di Dante Alighieri, mi auguro insomma che ci sia alla fine un flusso cosmico di luce (ma quanto sarebbe bello se ci fosse una libreria City Lights in un altrove blu come l’oceano di Frisco?) che li accomuna in un empireo, questo sì, immortale, lei come la vede?

Grazie per l’attenzione e per le riflessioni che scaturiscono dalle domande di chi le scrive nella sua rubrica sempre interessante e, grazie al cielo, che si attiene all’essenza delle cose, temo di non essere all’altezza degli altri interlocutori ma magari lei mi perdonerà.
Un carissimo saluto,
Filippo (Montenero)

Caro Filippo,

grazie innanzitutto per le sue righe. Su Ferlinghetti ci sarebbe così tanto da dire che non basterebbero dieci puntate qui sopra. Al solito, scelgo una scorciatoia per aggirare i toni celebrativi e le analisi esaustive, ritagliandomi un angolino che mi auguro nel suo piccolo possa avere un qualche significato.

Nella mia storia personale Ferlinghetti occupa un posto particolare, che non è legato solo alla sua produzione poetica e al suo impegno editoriale, ma anche e soprattutto alla sua città, San Francisco.

Provengo da un posto, la lucchesia, che nei tempi passati ha conosciuto in maniera a dir poco massiccia il fenomeno dell’emigrazione verso la ‘Merica‘. Questo dovrebbe peraltro essere sufficiente a sfatare lo stereotipo dei lucchesi chiusi, dentro le mura e dentro il loro immobilismo. Ma anche qui il discorso si farebbe lungo.

La meta privilegiata della nostra emigrazione è stata appunto San Francisco. Le statistiche dicono che ci sono più lucchesi a San Francisco che a Lucca. E anche questo è un elemento buono a suggerire delle riflessioni sui luoghi e sulla loro effettiva dislocazione. Dove si trova esattamente Lucca, stando a questi dati?
I lucchesi a San Francisco hanno abitato e abitano prevalentemente nel quartiere di North Beach. Ne è nata pure una particolare tipologia umana, il ‘Norbicciano’, che dalle parti di Livorno si traduce più o meno nell’ ‘Ameri’ano di Lucca’.

Ogni lucchese che si rispetti, dunque, ha almeno un parente ‘Norbicciano’ a San Francisco. La mia famiglia ha fatto le cose in grande, perché nel corso del tempo tutto il ramo dalla parte di mio padre si è trasferito là.
Una mia parente da diversi anni gestisce un ristorante. Sarò di parte, Filippo, ma se dovesse capitare da quelle parti, una capatina lì vale proprio la pena, dia retta. È un posto tra l’altro frequentato da personalità varie del mondo artistico e culturale cittadino. Tutto questo per dire che, nel corso del tempo, grazie a questa e ad altri parenti, ho avuto costantemente notizie di Ferlinghetti e delle sue molteplici attività: un uomo la cui presenza si è sempre fatta sentire nella città, anche in questi ultimi anni.

Sulla faccenda dei lucchesi a San Francisco scrissi tempo fa un romanzo e andai a presentarlo in giro per la ‘Merica’ e ovviamente a San Francisco. A una di queste presentazioni si avvicinò una giornalista che mi disse avrebbe recapitato una copia del mio libro a Ferlinghetti.
Ma non mi fraintenda, mi raccomando: non le racconto tutto questo per parlarle di me, ma quale necessaria premessa per un fatto che per me ha avuto e tuttora ha dell’incredibile. Sì, perché qualche mese dopo mi è arrivata una mail. A scrivermi era proprio Lawrence Ferlinghetti.

Ora, che uno dei più grandi poeti, un vero e proprio monumento della letteratura, all’età di 97 anni si sia preso la briga di scrivere una mail, peraltro in italiano, al sottoscritto beh, io la trovo una cosa meravigliosa e commovente. Soprattutto, una grandissima lezione di vita.
Il contenuto della mail, Filippo, ovviamente non glielo rivelo e me lo tengo per me, per correttezza e per riserbo. Le dico solo che Ferlinghetti, che amava essere chiamato Lorenzo, era evidentemente tarantolato da una curiosità e da una disponibilità straordinarie verso le cose del mondo. Che siano state queste a condurlo fino ai 102 anni? Mi piacerebbe pensare di sì.

La mia parente, quella del ristorante, mi ha raccontato che nell’ultimo periodo Ferlinghetti aveva ormai perduto definitivamente la vista. Allora un gruppo di ragazzi si era organizzato per andare al pomeriggio a turno a casa sua a leggergli romanzi, poesie, articoli.
La saluto così, con questa grande lezione, con questa voglia di sapere, di conoscere e di aggrapparsi alla vita nonostante tutto e fino all’ultimo.

Né occorre che le dica niente circa la City Lights, Filippo, perché già nella sua mail menziona questo tempio, questa meta imprescindibile nei pellegrinaggi di chi ama la letteratura e i libri. Un posto che racconta assai più di quello che contiene.
Le riporto solamente quello che sta scritto all’ingresso. È la raccomandazione che la City Lights rivolge ai suoi visitatori.

OPEN DOOR
OPEN BOOKS
OPEN MIND
OPEN HEART

La saluto con affetto, Filippo, e stia bene.
Cacio

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