La posta di Emilio Cacini: Livorno, la sua melanconia e i cantanti labronici

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
Share

Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Dolce Cacio,

confesso che mi sento sempre più aliena da bagarre politiche di ogni tipo, però seguo di gusto la bagarre che infuria sul festival di Sanremo. Si figuri che sciocca, da bambinetta sognavo d’esserne valletta e crepavo d’invidia per tutte quelle signorine dagli abiti lussuosi, lo so che è un’occasione commerciale che raramente ha dato buona musica… però quando è buona, quanto è buona!

Pensi solo alla nostra Nada, interprete sopraffina delle canzoni di uno chansonnier sbruffone in modo così livornese e dolente da apparire francese: mi avrà già capito, Piero Litalianò, al secolo Piero Ciampi, un cognome da poeti e da presidenti (va bene, anche da ottici, lo ammetto).

Non so dirle quanto ho apprezzato la sua risposta a Luciano, e l’elegia di quel lembo di spiaggia che appare quasi come un miraggio, come quelle pennellate svogliate dei bambini quando si son scocciati di colorare di giallo la sabbia e all’improvviso smettono per passare a un altro gioco. Ecco, a lei che s’intende di poesia e che mostra un amore sconfinato per questa città, vorrei chiedere: ma com’è che Livorno e la malinconia, ma direi più la melancolia, appaiono così indissolubilmente legate? Sarà questo vedere il mare e sapere che non si potrà mai possedere fino in fondo?
Grazie, dolcissimo omino, per la risposta che mi darà.
Zoe, la Leccia.

Gentile Zoe,

il grande Parini nel poemetto “Il Giorno” racconta del Giovin Signore impegnato a intrattenere la dama di cui è cicisbeo. Tra le svariate attività mondane intraprese dai due, c’è anche quella di assistere alle “canore scene”, con cui tirare per le lunghe la notte.

Ecco, io che signore non lo so, ma giovin non lo sono di sicuro, e neppure svolgo il mestiere di cicisbeo ma quello di umile artigiano delle lettere, confesso di non aver avuto occasione a questo giro di incrociare le “canore scene” sanremesi. Non lo prenda per snobismo, Zoe. Il fatto è che io non riesco a tirare per le lunghe. In una sorta di coprifuoco esistenziale, io alle 22 in punto implacabilmente mi abbiocco. Ovvero giusto quando la rassegna comincia a scaldare i motori.

Occorre dunque ben altra tempra per affrontare tali maratone. Feci un sacrificio lo scorso anno per il nostro Bobo, e devo dire che ne valse la pena.

A proposito di cantautori livornesi lei nomina Piero Ciampi. Di fronte a tanta grandezza che dire, Zoe? Ha ben ragione a fare riferimento alla malinconia, che proprio Piero Ciampi ha saputo così magistralmente raccontare ed incarnare. È un tratto di questa città che a me piace moltissimo e in cui mi riconosco. Credo che sia l’altra faccia della scanzonata irriverenza.

C’è chi sostiene che proprio l’ironia, il sarcasmo a Livorno siano una forma di difesa, di depistaggio dalla malinconia. Può darsi. Io propendo di più per una mera coesistenza di queste due anime. Di giorno la città pullula di adrenalina, di elettricità, di sgangherata emotività, di luce. Se si coglie questa atmosfera, ci se ne innamora all’istante. Se non la si coglie, pazienza.

Ma la sera, dopo l’ultimo spettacolo del tramonto, la città è come se tirasse il fiato e si assopisse. Un enorme pentolone che smette di ribollire e su cui arriva a poggiare il coperchio della malinconia.
È un aspetto che non può non affascinare. Livorno è una città “bella di fama e di sventura“, capace di trasformare la sconfitta in romanticismo.

Tutto sta nella disponibilità a lasciarsi attraversare da queste sensazioni contrastanti. Quella di sorridere di se stessi e di farsi prendere per il culo, così come quella di lasciarsi cullare dalla malinconica dolcezza di una sera “triste triste, troppo triste”. E questa disponibilità è un atto volontario, perché la città non chiede nulla, non pretende nulla ma, semplicemente, lascia fare.

In tutto questo il mare gioca indubbiamente la sua parte: è una presenza rassicurante, per cui con l’infinito sotto casa non è possibile non sentirsi liberi, di quella libertà di chi non ha niente da perdere. Ma il mare è anche un gigante che fa sentire tutti piccoletti. E quando si agita è come se facesse volare qua e là degli schiaffoni micidiali a chi gli capita a tiro, come a dire che è meglio chetarsi e abbassare la cresta.
La saluto con affetto, Zoe, e grazie per le sue righe.
Cacio

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*