Enrico Pompeo, Preziosa Salatino e le storie da raccontare

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Caro Cacini,

da dove comincio? La risoluzione non mi è semplice perché ho così tanti pensieri che mi frullano per il capo che non so da dove partire. Comincerò da un tema che mi sembra le sia caro: il circo. Da piccolo ne amavo tanto i tendoni, mi sembravano enormi cappelli che racchiudevano la magia del mondo, e ancora penso che ci consolino, lei che ne pensa? Non è anche un modo per mettere a tacere la testa e far parlare il cuore, anche se capisco che non sia facile per un pagliaccio far ridere quando si è tristi o ci girano i c. (mi scusi, Cacini, non sono educato come lei)? Lei trova che la speculazione filosofica sia qualcosa che appartiene al passato, prova ne siano gli incerti successi di iniziative ad essa dedicate, o al limite indicato a teste grandi ma lontane dal cuore o chi si possa compenetrare Platone e Pierrot? O ci sarà sempre dissociazione fra quello che ci dice di fare la testa e quello che ci impongono i sensi e i sentimenti? Le domande che le pongo meriterebbero il suo ostracismo, ma io, testone come sono, ci voglio provare lo stesso. Un saluto e grazie.
Piero, Magenta

Piero caro,

grazie per le sue righe e non si periti a porre questioni anche ricorrendo al turpiloquio. Che a me non dispiace affatto: contrariamente a quanto si pensa, ha una sua eleganza, e sottolinea un’urgenza meglio di tanti giri di parole.
Le questioni che lei pone sono troppo grandi per un omiciattolo come me. Condivido le sue riflessioni sul circo, io stesso mi sono ritrovato a un certo punto in una Ardenza parecchio circense, però voglio provare a risponderle raccontando degli incontri che ho fatto ultimamente con alcuni miei simili. Sì perché qui escono un sacco di nuovi libri e dunque di nuovi personaggi: mi capita di incrociarli all’improvviso per strada e ci ragiono volentieri. Da pochi giorni il romanzo di Veronica Galletta, tra pochi giorni quello di Piera Ventre, per citargliene solo un paio. Insomma, in città c’è un gran viavai e questa è una cosa che mi garba un monte.

Già ho parlato di Mastro Geppetto e della sua ricerca tenace: delle parole perdute e di un burattino. Una ricerca assurda, condotta nonostante tutto. E proprio per questo estremamente poetica.
Anche altri due personaggi, marito e moglie, nei quali mi sono imbattuto l’altro giorno, mi hanno detto di essere impegnati nella ricerca, ma di se stessi. Si erano persi. E pensare che lì per lì manco se ne erano accorti. All’improvviso si sono resi conto di avere trascurato gli affetti e di essersi inariditi. Tutto è cominciato con la loro figliola che aveva preso una nota a scuola. Un fatto apparentemente di piccolo conto, però capace di scoperchiare un pentolone dentro al quale ribollivano inquietudini, magagne, dolori, frustrazioni ed esasperazioni varie.
In virtù della loro dirompente conflittualità, si sono scoperti soli, distanti, estranei, tanto che il titolo scelto per la loro storia è “Nessuno ha dato la buonanotte”. Come dire: ciascuno per sé, nel proprio isolamento, e buonanotte – anzi, neanche quella.

Devo dire che ho seguito volentieri la loro vicenda. Sarà per la mia natura di personaggio, Piero, ma a me piace molto ascoltare quel che mi viene raccontato.
È il modo che prediligo per accogliere uno sguardo, per affacciarmi su un mondo diverso dal mio.
Raccontatemi una storia, una storia qualsiasi: io mi cheto subito e rimango ad ascoltare a bocca aperta. Proprio come i bambini, che per le storie sono delle spugne. Ma è un gusto che non si perde mai, credo, e trova via via altre forme.
Poi, sia ben chiaro, io qualche storia, oltre ad ascoltarla, la interpreto pure, ed è un privilegio non da poco.

Mi accorgo di averla chiusa un po’ brutalmente, la faccenda del romanzo cui le ho accennato. Che ne è stato di questo marito e di questa moglie? Possibile che non ci sia un briciolo di speranza? Una via di uscita?
Io ho la fortuna di conoscerlo, l’autore: si chiama Enrico Pompeo, e prima o poi gli chiederò se secondo lui c’è modo di rimarginare codeste ferite. Oppure se dietro a ogni piccola crepa si nasconde una voragine.
Gli voglio anche chiedere del luogo dove ha ambientato la vicenda. Io speravo fosse Livorno, ma i suoi personaggi non hanno saputo dirmelo. Erano talmente concentrati sulle loro difficoltà e sui loro dissidi, che quello che vedevano dintorno era solo una proiezione dei malumori. Troppo angosciati per ricavare dal contesto stimoli e risposte.
Enrico invece ha una serenità che gli permette di guardarsi attorno e di vivere uno scambio intimo e profondo con la sua città (e la città ricambia). So per certo che altre cose che sta scrivendo sono incentrate sulla nobile patria di cui è natìo: Borgo Cappuccini. Tra questo quartiere e un posto che si chiama Montevaso, la sua attività non conosce requie: tra l’altro, scrive per il teatro e scrive di De André.

Le parlo dei luoghi, Piero, perché sono una delle facce della medaglia che lei di fatto ha posto nelle sue righe, accennando al circo. Anche i luoghi sono dei contenitori di storie, nascondono segreti, ci parlano. E poche cose come i luoghi sono capaci di coniugare cuore e ragione, forma e sostanza.
E a proposito di poesia e teatro, conosco alcuni personaggi come me che vivono e agiscono assai lontano da Borgo Cappuccini, in un quartiere che si chiama Kalsa. Qui c’è il teatro Atlante e costoro lì si esibiscono, raccontando di sé alla piccola-grande comunità raccolta attorno al teatro. Io non ci sono mai stato, ma me lo immagino grande come un tendone del circo, nel cuore della città.
La persona che si occupa di loro, scrivendone le storie, mettendoli insieme, insomma prendendosene cura e interpretando qualcuno di loro, ha un nome parecchio curioso, ma mi creda, Piero, non è quello di un personaggio: si chiama Preziosa Salatino. Vive a Ballarò, un quarto d’ora a piedi dal teatro. Preziosa lo dirige insieme a suo marito, che oltretutto si chiama Emilio come me, ma di cognome fa Ajovalasit – quella dei nomi strampalati deve essere una cosa di codesti artisti, Piero.
Parallelamente alle attività del teatro in tutte le sue componenti, Preziosa a Palermo si occupa di un festival di poesia, di spettacoli con alunni delle scuole in quartieri disagiati; di performance in cui vengono lette poesie in strada, occhi negli occhi, a ignari e basiti passanti. Ha tenuto per diversi anni laboratori e rassegne teatrali presso la Casa di Reclusione Ucciardone e da poco è uscita una raccolta poetica, “64 anni”, scritta insieme a Giuseppe Di Vincenzo.

Guardi Piero, io proprio in quanto personaggetto, non ho la statura per esprimermi su tutto quanto, figuriamoci.
Però ho la fortuna di conoscere queste persone – Enrico, Preziosa, ma potrei nominarne tanti altri – e ho sempre apprezzato il loro impegno, animati da un sincero spirito di servizio. A questo forse si deve il rapporto strettissimo, direi quasi simbiotico che hanno con i loro luoghi di riferimento. Si spendono per i luoghi, e ne sono ripagati. Perché luoghi in questo caso significano comunità. Al senso e allo sviluppo della quale danno un contributo che secondo me è importante. Quando li incontro, emanano un tepore domestico per cui ci si sente a casa e ci si mette comodi.

Ecco, lo sapevo che non si poteva finire senza un briciolo di speranza. Quella che arriva da gente di tal fatta. Che crede nel valore dell’espressione artistica e della parola in particolare, anzi nella sua sacralità, alla quale hanno deciso di dedicare non il loro tempo, non la loro energia, ma la loro vita.
Sia Enrico che Preziosa saranno operativi a Livorno e dintorni nei prossimi giorni. Enrico gironzola per il suo romanzo, Preziosa con il suo spettacolo teatrale e un incontro a margine, il cui titolo la dice lunga: “Arte, teatro e poesia: la valorizzazione dei luoghi come servizio alla comunità“.
Se ha occasione, Piero, dia un’occhiata. Ne vale la pena. Grazie a loro, per parafrasare il romanzo di Enrico, “Nessuno ha dato la buonanotte al secchio”.

Alla prossima e mi stia bene, Piero.
Cacio

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