Il racconto di Edi Bueno: “Ero una bambina e mi negarono il gelato perché ebrea”

La signora 90enne ha raccontato la sua storia toccante

Edi Bueno che porta la sua testimonianza. Foto: Va. Cap.
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Pubblicato ore 18:00

  • di Valeria Cappelletti

LIVORNO – Nel giorno in cui si celebra la pietra d’inciampo dedicata alla piccola Gigliola Finzi, vogliamo riportare di seguito la toccante testimonianza Edi Bueno, 90 anni, sfuggita ai campi di concentramento, che ha commosso tutti i partecipanti all’evento di questa mattina.

La pietra d’inciampo in via della Coroncina dedicata a Dino Bueno. Foto: Va.Cap.

Buongiorno ragazzi, grazie di essere venuti. Sono venuta tanto volentieri per farvi sapere che io ho subito non nei campi di concentramento ma ho subito da tutti, anche dai bambini e dai genitori. Io come oggi, andavo a scuola come voi, ci sono andata poco perché io sono ebrea, andavo a scuola in via dei Fanciulli, purtroppo quando sono stata promossa in terza elementare ci hanno mandato via dalle scuole e questa è una cosa brutta e vergognosa. Ho fatto tante testimonianze e ho tanti bambini e ragazzi che mi vengono a salutare perché hanno saputo quello che ho patito. Ero come voi, andavo a scuola volentieri, abitavo in via della Coroncina dove ci sono le pietre d’inciampo della mia mamma e del mio fratello ammazzati nel campo di Auschwitz.

Vi voglio dire una cosa: quando incontrate una bimba che ha una catenina con la stella di Davide come ho portato io, non la scansate perché a me m’hanno scansato i bambini ma soprattutto i genitori. Quando hanno saputo che io ero ebrea perché portavo una piccola stella di Davide sul petto non mi hanno più guardato.

Andavo a prendere il gelato insieme con mio fratello al bar Lazzeri in via grande, sono entrata con mio fratello per la mano e ho chiesto un gelato, la commessa ha detto “Mi dispiace non ve lo posso dare” e io allora, che ero piccola ma la testa ce l’avevo a posto, da piccola come vecchia, perché ore ho 90 anni, ma non mi posso scordar questa cosa, andai dal proprietario e gli dissi “Come mai la sua commessa non vuole darmi il gelato?” e questo si girò e mi disse “Sai leggere?” Dico “sì”. “Guarda cosa c’è scritto”, c’era un cartello “Non si da il gelato agli ebrei”. Eh bimbi.

Poi a un certo punto, questa è una cosa grossa, ci presero, eravamo sfollati e da li cominciò il calvario, arrivò un camion e ci portarono tutti in una stanza, i miei genitori e anche tante altre persone e li ci dovevano portare via. La mia mamma non voleva andare via e invece mio babbo piano piano aprì una porta e mentre c’era confusione mi disse “Edi prendi Luciano e stai vicino a me”, mio babbo scappò da una parte, invece mia mamma non voleva scappare. Mio fratello mi disse “Levati le scarpe bisogna correre”. Attraversammo due campi di grano che era stato tagliato da poco ma non sentivamo dolore, ce ne siamo accorti quando siamo caduti a terra che avevamo i piedi insanguinati. Per questo bimbi, cosa si è patito. Venne la sera, non si sapeva dove andare, si trovò un ponticello in campagna e mentre eravamo sdraiati si vide sbucare due teste e io subito dissi “Non siamo ebrei”, e loro dissero “Bimbi siamo partigiani” e ci portarono via.

Noi ebrei siamo come voi e invece siamo sempre scansati, a volte anche ora mi dicono: “Ecco l’ebrea”. Vogliatevi bene. Mi scuso se non mi sono espressa bene, ma è una giornata triste per me come domani. Voletevi bene, ubbidite ai genitori e grazie“.

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