Giacomo Sini, fotoreporter livornese: “Vi racconto il mio amore per il Medio Oriente”

Ha collaborato al documenario Sulla strada per Kobane di Enrico Del Gamba

giacomo sini il fotoreporte livornese al confine turco-siriano
Giacomo Sini
Share
  • di Valeria Cappelletti

LIVORNO – Ciò che lega due giovani livornesi, un videoreporter e un fotoreporter è l’amore per il Medio Oriente. Un amore che li ha portati a incontrarsi, a vivere le stesse esperienze nei paesi arabi e a realizzare un documentario che verrà proiettato questa sera, 9 gennaio, alla Goldonetta alle ore 21.30. Il documentario si chiama “Sulla strada per Kobane” e i due giovani sono Enrico Del Gamba (leggi l’intervista) e Giacomo Sini. Enrico è autore del documentario, Giacomo collaboratore e aiuto regia. La proiezione è organizzata dalla Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus e l’ingresso è a offerta libera, l’intero incasso sarà destinato agli aiuti umanitari per l’emergenza nel nord-est della Siria.

giacomo sini il fotoreporte livornese al confine turco-siriano
Il campo profughi di Rawanga. Foto: Sini

Giacomo è nato a Livorno nel 1989 e ha viaggiato in molte zone di guerra come Afghanistan, Iraq, Kosovo, Palestina, Georgia, Ucraina, Libano, Kurdistan e Siria sfidando i bombardamenti, rischiando anche la propria vita per raccontare la povertà, la voglia di riscatto delle popolazioni in cerca di una vita migliore. Grazie al suo impegno Giacomo ha ottenuto molti premi e riconoscimenti, gli ultimi sono la medaglia d’oro ai Tokyo International Photo Awards e la candidatura ai World Press Photo del 2020, il più prestigioso premio al mondo di fotogiornalismo.

Lo abbiamo intervistato perché è importante far conoscere la storia di un giovane ragazzo livornese che ha scelto di sfidare la guerra per raccontare la verità.

Come è nata la passione per il fotogiornalismo e per il Medio Oriente?

Intorno ai 16-17 anni ho cominciato a provare interesse per il viaggio, per l’antropologia e la sociologia, per le storie di popoli che combattono per la loro autodeterminazione. A 18 anni ho iniziato a viaggiare e a 19, grazie a un mio amico, sono andato a Istanbul, da allora è nata la mia passione per la Turchia e il Medio Oriente.

giacomo sini il fotoreporte livornese al confine turco-siriano
Una via del centro di Kobane. Foto: Sini

Già da tempo mi occupavo di Kurdistan facendo anche attività politica per aiutare il popolo curdo, poi una volta durante un viaggio fatto in treno da Istanbul a Teheran ho conosciuto un ragazzo che mi ha raccontato della situazione in Iran e io che avevo con me una macchina fotografica e un taccuino cominicai a documentare gli eventi e capii che fare il fotoreporter poteva essere il mio lavoro. Mi sono laureato in Scienze Sociali, ho fatto un master a Roma in fotogiornalismo e qui ho presentato la mia idea di un reportage sul confine turco-siriano.

Nell’ottobre del 2015 a Kobane c’era l’assedio dell’Isis, ero molto preoccupato per i tanti amici che si trovavano lì e ho sentito il dovere di partire per descrivere la situazione dei profughi lungo il confine, ho continuato a recarmi in quei territori dal 2015 al 2017 vivendo a Istanbul, nei campi profughi in una tenda, cercando di documentare la situazione con vari reportage, poi un giorno a Pisa, durante un’iniziativa all’Università ho incontrato Enrico e da lì ci siamo uniti alla Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus.

Cosa provi quando sei in questi luoghi?

Ho un rapporto particolare con la questione curda e la Turchia perché ho vissuto in prima persona l’esodo enorme di queste persone che fuggivano dalla Turchia verso la Siria, ho anche visto situazioni drammatiche con i turchi che sparavano sulla folla che cercava di attraversare il confine. Quando sono in questi luoghi provo un misto di rabbia per l’atteggiamento repressivo della Turchia, di solidarietà completa verso le persone che fuggono ma anche un sentimento di orgoglio e di appoggio verso i progetti che stanno portando avanti lungo la zona turca. C’è dolore e paura verso chi ha lasciato indietro i propri familiari, per i bombardamenti che si sentono la notte, ma non c’è rassegnazione, c’è molta forza.

Cosa ti piace del Medio Oriente al punto da tornarci così spesso e rischiare la vita?

giacomo sini il fotoreporte livornese al confine turco-siriano
Vista del centro di Shingal. Foto: Sini

Tutti parlano di queste zone come luoghi in cui c’è solo la guerra, ma non è così, il Medio Oriente è un incontro tra culture diverse, tra popoli che si abbracciano tra loro, basti pensare all’Iran dove ci sono più popolazioni che convivono. Quello che mi piace di più è la vitalità, i progressi fatti da tante persone che hanno cercato di cambiare le sorti di tutti i paesi del Medio Oriente, e l’accoglienza, non mi sono mai sentito a rischio, nonostante la guerra, nonostante mi abbiano sparato anche vicino. Le persone che mi hanno accompagnato mi hanno trattato sempre come uno di famiglia. L’accogilenza e il calore come c’è in Medio Oriente non lo trovo da nessun’altra parte.

Hai intenzione di tornare in Siria?

Dovevo andare a Rojava per fare un reportage sulla Casa delle Donne, stavo per partire ma poco prima è stato invaso il territorio e mi hanno consigliato di non andare. A dicembre dovevo andare a Gaza ma ho avuto problemi con i permessi e non sono potuto partire quindi è un anno che non vado. Intendo ritentare a febbraio tornando a Rojava e andare al fronte a vistare gli ospedali della Mezzaluna per dare gli aggiornamenti sul campo.

giacomo sini il fotoreporte livornese al confine turco-siriano
Durante uno degli allenamenti di Boxe. Foto: Sini

A marzo vorrei andare in Oman per documentare i profughi che dallo Yemen cercano di raggiungere l’Oman, è una storia di cui si sa molto poco. Il problema è andare in Yemen, perché da giornalista è molto difficile, ci vuole molta pazienza tra permessi, divieti, rischi di arresto, in Medio Oriente sta diventano molto difficile poter fare questo lavoro.

Parliamo dei riconoscimenti che hai ricevuto

Il Tokyo International Photo Awards è arrivato in seguito al progetto che a febbraio ho fatto sulle Boxing Sisters. Avevo letto su un giornale in Kurdistan di questo gruppo di ragazze scappate da Shingal occupata dall’Isis. (Le ragazze partecipano ai corsi di formazione sulla boxe organizzati da Lotus Flower No Profit nel campo profughi Rwanga con l’obiettivo di ripristinare la fiducia attraverso la boxe nelle donne le cui vite sono state colpite da guerra e violenze, n. d.r.). Mi ha affascinato questa storia e lo stesso progetto mi ha permesso di ottenere la candidatura per concorrere al World Press Photo per la categoria “contemporary issues-stories”.

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*