“Faccio l’allenatrice di pallone e do un calcio ai pregiudizi”

Intervista a Elisabetta che allena bambini e sogna una grande squadra

Share

“Se non ci sono ostacoli non puoi capire sul serio quello che ti attende a ogni traguardo”. Sono le parole sagge e cariche di significato di chi ha un grande sogno nel cassetto e cerca, con fatica, di realizzarlo. Sono le parole sagge di una giovane ragazza che contro i pregiudizi, contro certe convinzioni spesso radicate nella nostra società, ha scelto di portare avanti il suo obiettivo: fare l’allenatrice di calcio. Ha 28 anni Elisabetta Fuggiano, vive a Massafra, in provincia di Taranto, e ha seguito un corso per allenatori, ora insegna a due squadre di bambini tra i 4 e gli 8 anni.

Concentrazione

Da dove nasce il sogno di fare l’allenatrice?

Sin da bambina ho sempre preferito il pallone alle bambole (con conseguente disperazione dei familiari che non sapevano mai cosa regalarmi!). Per di più, sono cresciuta in un ambiente in cui sia mio papà che mia mamma, hanno sempre avuto la passione per il calcio in tv. Per cui abbiamo trascorso, da sempre, le domeniche pomeriggio a guardare o ad ascoltare le partite della nostra squadra del cuore.

Crescendo e praticando diversi sport (dal tennis, al nuoto, alla pallavolo) mi accorgevo, però, che mi incuriosiva capire tutto il meccanismo che c’è dietro l’allenamento quotidiano “di squadra”. Per cui, davanti alla tv, mi ritrovavo a riflettere sui vari movimenti dei calciatori, sulle posizioni, sulle scelte dell’allenatore, sulle sue capacità di rispettare e farsi rispettare.

Quando hai deciso che volevi fare l’allenatrice?

Verso i 18/19 anni, quando la mente inizia ad essere più “matura” e ti poni degli obiettivi, ti scruti e tenti di conoscerti, mi sono resa conto che tutto quello che urlavo davanti ad una tv, avrei potuto studiarlo, approfondirlo e, perché no, metterlo al servizio e farlo fruttare. Diciamo anche che, dopo le centinaia di volte in cui a casa, guardando le partite con conseguenti dibattiti, mio fratello mi diceva, scherzando: “Ma vai tu lì, no?”, ho deciso di prenderlo alla lettera!

I tuoi ti hanno appoggiato?

Certamente, dall’inizio. Hanno visto che stavo facendo qualcosa che mi rendeva davvero felice e fiera di me, della mia vita. Hanno atteso con me l’uscita del bando per il Corso nella mia provincia e mi hanno sostenuta economicamente e moralmente nella mia scelta.

Cosa significa per una ragazza affacciarsi a un mondo prettamente maschile?

Ci sarebbero tantissime risposte da dare. Significa farsi rispettare, magari dopo il primo sguardo stupito. Significa sorridere con serenità ogni volta che ti senti dire “Ah, ma lei è il mister? Pensavo fosse una mamma”. Significa dover dimostrare sempre un pizzico in più quello che sai fare, restando in silenzio quando serve e far parlare solo i fatti. Ma significa anche avere enormi soddisfazioni quando ti accorgi che genitori, responsabili e colleghi ti stimano e ti ascoltano, facendoti complimenti reali per i risultati raggiunti.

Un momento di relax

Hai incontrato qualche difficoltà nel tuo percorso?

Come in ogni scelta che si affronta nella vita dico sì. Ma sono dell’idea che se non ci sono ostacoli non puoi capire sul serio quello che ti attende ad ogni traguardo. La prima, in assoluto, è purtroppo la mancanza di fiducia nel calcio femminile, in Italia.

Ultimamente soltanto si stanno aprendo le porte di questa fantastica realtà, ma non è semplice. Gli spazi e i posti sono sempre limitati, la mentalità ancora “chiusa” che spinge a credere che il calcio sia solo uno sport “da maschi” purtroppo è difficile da smontare. Ma noto che, forse, oggi, qualcosa sta pian piano cambiando.

Qual è il calciatore a cui ti ispiri?

Più che calciatori, che hanno un ruolo differente, mi piace prendere il meglio da ogni allenatore. La capacità tecnica e lo stile di Allegri e Di Francesco, la grinta di Conte e Ancelotti, la passione di Guardiola, l’intelligenza di Capello e Lippi… credo che, per essere buoni allenatori, bisogna essere unici, imparando a osservare da tutti ma facendo propri gli insegnamenti, i  metodi e i moduli. Mi piace sempre pensare ad una frase che un mister ci disse al corso : “L’allenatore deve fare, saper fare, saper far fare e far sapere”.

Come si svolge la tua giornata tipo sul campo di calcio?

Avendo a che fare con bambini, la giornata, seppur organizzata in modo preciso e perfetto, è molto semplice. Alla base del calcio giovanile c’è il divertimento. Il bambino deve imparare divertendosi. Per cui li lascio “sfogare” osservandoli i primi 5 minuti, per capire come sta ognuno, se in quel giorno è pronto, è stanco, è nervoso e così via. Dopo di che, in base al tempo, propongo loro diversi esercizi per sviluppare i fondamentali del gioco del calcio, ovviamente tra uno scherzo, un consiglio e una sgridata.

Dopo gli esercizi inserisco qualche “situazione di gioco”, in modo che con calma riescano a capire dove e quando applicare ciò che stanno imparando. Termino tutto con una minipartita, che serve a loro per imparare a giocare “in squadra” e a me per capire cosa sistemare. Ovviamente ogni singolo minuto lo pianifico dall’inizio dell’anno, adattando e sistemando in base a come loro assimilano tutto.

Durante un allenamento

Com’è lavorare con i bambini? Vorresti allenare una squadra tutta tua o preferiresti adulti?

In una sola parola: fantastico! Li adoro! Guardare quelli di 4, 5 e 6 anni che pian piano si approcciano al pallone è sorprendente, i miglioramenti che fanno nel tempo sono motivo di orgoglio. Gestire quelli di 7 e 8 anni è una vera e propria missione: devi farli sentire importanti, trovare il modo per non farli mai annoiare, devi credere in loro, sempre, anche quando sbagliano e perdono fiducia.

Imparo tantissimo da loro, è una crescita biunivoca: vedere i loro miglioramenti, vederli giocare con ordine, mettere in pratica gli insegnamenti, sentire la loro fiducia è un grande risultato. Allo stesso tempo imparo da loro l’umiltà, l’innocenza e l’onestà che tanto spesso, nel calcio, dimentichiamo. Per adesso vorrei continuare a fare esperienze nel mondo del calcio giovanile, sono del parere che, da lì, impari tutto ciò che più conta per fare strada.

Qual è il tuo sogno calcistico più grande?

Eh, diciamo che i sogni sono tanti, posizionati a vari livelli. Per ora posso dire che quello più reale e più vicino (seppur molto difficile) è di allenare nel settore giovanile di una squadra importante, magari nella realtà  femminile. Vogliamo esagerare? Settore giovanile o calcio femminile della Juventus, della Fiorentina, del Brescia, del Milan, dell’Empoli e così via. Ma di esperienza bisogna farne tantissima, è davvero difficile trovare chi crede in te, chi ti da una chance.

Beh, chissà che non si avveri, il 13 giugno Elisabetta compirà gli anni, esprimere un desiderio non costa niente.

Valeria Cappelletti

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*