Intervista “impossibile” con Bud Spencer

"Da buon cronista, non potevo lasciarmi sfuggire un’occasione del genere"

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La statua di Bud Spencer sul lungomare di Livorno. Foto: Fulciniti
  • di Simone Fulciniti

Sarà il caldo, sarà che se n’è parlato moltissimo, fatto sta che la scorsa notte ho sognato Bud Spencer. Ma non è stato un semplice sogno, bensì una vera e propria intervista ‘impossibile’: da buon cronista, non potevo lasciarmi sfuggire un’occasione del genere. Lui se ne stava seduto pigramente sull’estremità di una panchina di legno, io mi sono avvicinato con estrema cautela, circospetto. Indossava il giubbotto celeste, costume di scena del film ‘I due superpiedi quasi piatti’, girato nel 1977 a Miami.

Foto: Fulciniti

Scusi posso?
Certo, accomodati pure.
Sono un giornalista, vorrei farle qualche domanda.
Mi hai riconosciuto ?
Certo ci mancherebbe, lei è il grande Bud Spencer.
In verità mi chiamavo Carlo Pedersoli, ma sì, sono io.
Ci manca sa … giù nel mondo…
Beh, ora lo dite, ma quando ci stavo ancora, in Italia vi eravate tutti dimenticati di noi.
Si riferisce a lei e Terence Hill ?
Certo. Giravamo come trottole per ritirare premi in tutta Europa, ma nel nostro paese nulla.
Qualcosa arrivò, un David alla carriera.
Troppo tardi, secondo me fu pure forzato.
Cosa le manca di più della sua vita terrena ?
La famiglia, il cibo, e il mio grande amico Mario.
Girotti?
Eravamo la coppia perfetta, abbiamo girato moltissimi film, inventando un genere nuovo che arrivava da lontano. Dall’epoca di Buster Keaton, quando la fisicità dell’interprete aveva come conseguenza la risata.
Però, vi siete poi separati…
Cause di forza maggiore, tra le quali la vecchiaia sopraggiunta. Devi sapere che non abbiamo mai litigato, una vera eccezione nel mondo delle coppie legate allo spettacolo.
In una delle sue ultime interviste disse che, a suo giudizio, nell’aldilà si aspettava una vera e propria ira di Dio. Fu lungimiranza?
Assolutamente no. Qui è tutto calmo. Neanche una sana scazzottata.
Lei era napoletano, compagno di classe di Luciano De Crescenzo…
Tu sei un bravo cronista, molto informato. Con Luciano ci siamo voluti bene, passeggiavamo spesso per la nostra città. Alle volte venivamo circondati dai bambini, orfani, che mi chiamavano papà. Lo ricordo con emozione.
È stato molto amato dai più piccoli. Pure io, sono cresciuto guardando i suoi film. La domenica pomeriggio, mamma mi dava i soldi per andare al cinema ‘Salesiani’ a Livorno. Rammento benissimo la gioia che provavo, e le chiacchierate con gli amichetti nel dopo visione.
Tu sei di Livorno?
Si, certo.
Conoscevo bene la tua città, ci sono stato spessissimo. Ci ho girato due film, e amavo frequentare il mercatino americano.
Beh, vuole che non lo sappia. Bomber e Bulldozer, per me sono autentici cult; e le storie di piazza XX settembre me le raccontava mio nonno che lavorava presso un banco vicino al ‘Canapone’.
Mi dissero del mercatino smantellato…
Adesso è rimasta soltanto la bellissima piazza, ma il fascino d’un tempo è soltanto un ricordo.
Tutto cambia …
Come nacque l’idea di girare a Livorno?
Alla fine degli anni settanta formammo una squadra, io, Michele Lupo e Elio Scardamaglia, rispettivamente regista e produttore. Realizzammo una serie di film, diventati col tempo dei veri ‘cult movie’. La tua città ha un gran porto, e ci sembrò la location perfetta per ambientare le vicende di un uomo di mare, ex campione sportivo, che fuggiva dalla corruzione dello star system.
Un mio amico, Pietro Fornaciari, mi ha raccontato parecchi aneddoti relativi alla produzione del film…
Pietro, fammi pensare, sì certo me lo ricordo: aveva dei baffoni.
Esatto, proprio lui. Quella volta che lei lo invitò a mangiare nella sua roulotte personale: lui si aspettava una bella bistecca e invece rimase deluso.
Ebbe sfortuna, quello fu il mio primo e unico giorno di dieta. Gli offrii comunque una bella insalata.
E quando gli chiese di pagare il gelato per tutte le comparse?
Si spaventò, perché pensò che facessi saldare a lui conto. Fu molto divertente.
Un altro che bazzicò sul set di Bomber fu Antonio Cristiano, lo rammenta? Quello che protestò per l’eccessiva modestia del ‘cestino’ al termine di una durissima giornata di lavoro, al molo mediceo?
Certo, mi sovviene anche lui. Non aveva tutti i torti. Chiamai Michele, il regista, da una parte e decidemmo di invitare tutti al ristorante da Toto. Fecero una mangiata indimenticabile.

Foto: Fulciniti

Lei Bud, è stato un bravo attore?
Terence è un attore, io sono stato un personaggio. Pian piano ho affinato la tecnica, ma sono sempre rimasto Bud Spencer.
Da dove provenne il suo nome d’arte?
Guagliò, lo sanno tutti: Bud, perchè ero un forte bevitore di Budweiser, la birra. Spencer, perché adoravo Spencer Tracy.
Voi quassù, non sapete che succede laggiù, vero?
No…
Non so se dirglielo allora…
Spara, altrimenti…mi arrabbio.
Livorno le ha dedicato una statua. E’ stata piazzata sul lungomare, in zona ‘Bellana’. A due passi dal set di una scena famosa di ‘Bomber’. La sola città in Italia ad aver avuto il pensiero.
Sono bello?
A me piace. La struttura è in vetroresina, e lei è abbigliato come nei suoi film labronici, da lupo di mare.
Mi fa piacere, guagliò. La gente è contenta?
Sì, per quello che ho potuto vedere. In tanti si fermano, di tutte le età, per farsi la fotografia.
Vorrei ringraziarli, ad uno ad uno. Tu puoi farlo per me?
Magari scrivo un articolo, e lo faccio presente.
Grazie guagliò.
Ci sarebbe anche un’altra cosa…
Mmmm…
In tanti hanno contestato: avrebbero preferito qualche livornese al suo posto, che so, Modigliani. Le critiche si stanno moltiplicando su Facebook, ma per strada la gente sembra contenta.
Come ti chiami?
Simone.
Simò, tu hai apprezzato giusto?
Certo, e anche molto. Lei Bud è sempre stato un mio idolo.
E allora va bene così. Sai qual è stata la mia filosofia di vita sulla terra?
Quale?
Quella del ‘Futtettenne’. Dovresti utilizzarla anche tu, sembri un bravo ragazzo,
Ha proprio ragione Bud. Dovrei, assolutamente.

Drin drin drin. Ecco che suona la sveglia, è già ora di colazione.

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