Curiosità dall’Arte: Michelangelo, un tipo molto particolare

L'artista usò molto azzurro, forse una piccola vendetta verso il Papa

Michelangelo, Giudizio Universale, particolare. Foto di Oliver Lechner da Pixabay
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Pubblicato ore 12:00

  • di Glauco Fallani

Michelangelo ha portato a termine, praticamente da solo, sia “la Volta” che “Il Giudizio universale” che ancora oggi si possono ammirare nella loro maestosa grandiosità sulla grande parete di fondo e sull’intera parte alta della Cappella Sistina nella Città del Vaticano.

Per la verità Michelangelo fu chiamato a Roma da Papa Giulio I, il Papa guerriero, per ideare e scolpire quella che sarebbe dovuta essere una tomba, la propria, talmente complessa ed importante da occupare uno spazio centrale nella maestosa Basilica di San Pietro che si stava costruendo sul colle Vaticano a discapito della precedente antichissima e magnifica Basilica del San Pietro paleocristiano. A mio avviso un vero e proprio scempio ma su questo conto di tornare in un prossimo specifico articolo.

Dunque Michelangelo, che pur essendo anche Architetto si sentiva soprattutto scultore lasciò Firenze e si portò molto volentieri nella città eterna, mettendo subito giù un progetto dettagliato per la tomba e recandosi personalmente alle Cave di marmo statuario dell’Altissimo nei pressi di Carrara per scegliere personalmente i migliori blocchi da utilizzare e seguirne il complesso trasporto fino a Roma dove pensava di aver ormai raggiunto una posizione di grande prestigio. Si trovò, invece, ad essere costantemente ostacolato da Donato Bramante che godeva della incondizionata fiducia del Papa.

Intanto Giulio II, impegnato in una difficile guerra per ridare prestigio alla Chiesa anche grazie ad una serie di conquista territoriali, aveva pensato di lasciare a tempi più propizi la costruzione della propria tomba e considerava più urgente fare interventi nella Cappella Sistina, edificio che, da tempo, era centrale per la magnificenza della stessa Chiesa. Convocato il Buonarroti gli fece sapere senza mezzi termini che i lavori per la tomba sarebbero stati sospesi e che pretendeva da lui un impegno diverso, non più relativo alla scultura ma all’esecuzione di un enorme affresco, circa 500 metri quadri, che coprisse la volta, al momento dipinta con un semplice cielo stellato, con storie tratte dalla Bibbia.

Non scultura, dunque, ma pittura, una disciplina che Michelangelo certo non amava. Le cronache ci raccontano che nei giorni in cui sia lui che Leonardo si erano più volte trovati uno di fronte a l’altro nelle strade di Firenze erano nate tra loro, ed i loro seguiti, accese discussioni dove Leonardo Da Vinci sosteneva che la pittura fosse la regina delle Arti mentre Buonarroti dava decisamente alla scultura questo primato. Michelangelo sapeva bene che non poteva negare niente al Papa e si mise al lavoro mettendo giù un progetto di massima, ma proprio di dipingere non ne voleva sapere. Così una notte prese alcune delle sue cose e, praticamente di nascosto, fece ritorno a Firenze dove confidava, trovandosi in un altro Stato, che la volontà papale non avrebbe potuto raggiungerlo. La storia ci insegna che non fu così, e che furono gli stessi fiorentini influenzati dal Papa a chiedergli fermamente di tornare a Roma. Una volta là, Michelangelo si mise all’opera e in quattro anni, tra il 1508 ed il 1512, di durissimo lavoro portò a termine il capolavoro che tutto il mondo oggi ci invidia.

Lo stesso Michelangelo scrive in un componimento in versi tradotto in italiano moderno: “Sono teso come un arco. Mi è già venuto il gozzo, il ventre me lo sento in gola, i lombi mi sono entrati nella pancia, non vedo dove metto i piedi e il pennello mi gocciola sul viso”. Il successo della volta fu tale che dopo la morte di Giulio II, passati ben due Papi, salì al soglio di San Pietro Clemente VII che chiese a Michelangelo di eseguire un altro enorme affresco sulla parete di fondo di 180 metri quadri: il terribile “Giudizio universale”.

Allora Michelangelo, da tempo baciato dalla gloria, chiese con forza fino ad arrivare a pretendere dal Papa che al contrario di quanto avvenuto per il precedente lavoro questa volta sarebbe stato pagato al netto dell’acquisto di tutti i materiali necessari. Così fu e in sei anni, tra il 1535 e il 1541, il gigante di Caprese portò a termine anche quest’opera grandiosa terminata, purtroppo, pochi mesi dopo la morte di Clemente VII che non ha potuto vederla terminata. Detto questo, se mettiamo a confronto i due affreschi michelangioleschi ci rendiamo subito conto che i colori utilizzati sono ben diversi.

Nel “Giudizio universale, i cui colori per contratto venivano pagati a parte dalle casse del Papa notiamo un trionfo di azzurro steso su tutta la superficie a dir poco a dismisura mentre su “La volta” di quello stesso azzurro troviamo soltanto pochissime tracce, è, insomma quasi inesistente. Che sia stata questa una piccola vendetta di un genio che pur non potendo opporsi al volere papale cercava in qualche modo di ottenere una rivincita? Quell’azzurro, infatti si ricavava esclusivamente dai lapislazzuli, carissime pietre semipreziose ed il prezzo di quel colore era immensamente più alto di quello degli altri e secondo soltanto a quello dell’oro.

Ogni volta che penso alla Cappella Sistina e all’immane lavoro che Michelangelo ha eseguito interamente da solo, mi piace sorridere pensando a quel “toscanaccio” di Caprese che pur sottoposto all’arrogante volere di due Papi ha saputo trovare il modo di prendersi una pur piccola vendetta andando a colpire proprio le risorse economiche a cui specialmente in quel momento la Chiesa teneva moltissimo.

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