La rubrica della Cespu: “Un anno…”

Il 23 febbraio 2020 i teatri e i cinema chiusero per via del Covid

Grafica di Raffaele Commone
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Pubblicato ore 14:00

  • di Alessia Cespuglio

Mentre prima parlavamo di un sacco di cose, e anche di sesso, adesso parliamo solo di Covid. Ammettiamolo. Tanto vale parlarne apertamente. Uno sguardo libero e quanto possibile sorridente su quello che ahinoi sta capitando a tutti.

Per domande, contributi, stimoli ed opinioni, per un confronto divertito vecchia maniera senza che sia solo “social” scrivete a covidandthecity2.0@gmail.com, Alessia vi risponderà.

Cari amici e care amiche
Oggi è esattamente un anno dall’inizio di tutto questo.
Non posso oggi non parlare del mio lavoro.

Un anno fa andavo in scena con il mio ultimo spettacolo di quella che era la nostra vita “prima del COVID”.
Andiamo in scena con “Coppiacei” al Teatro di Lari. Si parla da poche settimane di Covid, la situazione era sempre più tesa. Io stavo malissimo, la settimana prima per una bronchite terribile mi avevano rispedito a casa dal Pronto Soccorso dopo avermi detto: “Hai avuto contatti con la Cina? Hai febbre? Allora a casa”. Avevo una tosse terribile. Io e Stefano litighiamo per cose da nulla. In teatro ci sono pochissime persone. Ridevano poco loro e ridevamo poco noi.

E il 22 febbraio fu l’ultimo spettacolo per me. Per tanti. Poi già dal giorno dopo avremmo parlato di “paziente 0”, Codogno. Avremmo imparato un nuovo linguaggio, sarebbero cominciate nuove abitudini. E quello del 22 febbraio è stato l’ultimo spettacolo. L’ultimo senza parlare di ingressi contingentati, mascherine, termoscanner, distanza. Mentre ripenso a quel giorno mi esplode in testa la sigla di Ken Shiro: “Mai, mai, scorderai l’attimo la terra che tremó, l’aria s’incendió e poi silenzio”.

E poi silenzio. Calano i sipari e poi , tranne qualche parentesi estiva che c’è stata per fortuna, poi il nulla. Chi mi legge sa che nomino il teatro, ma non ne parlo. Non troppo almeno. Non ne parlo perché non sono a mio agio. Avevamo un lavoro. E questo lavoro non si può più fare. Non come lo conoscevamo. Non come prima. Ma dovrà pur avere un futuro. Un futuro quantomeno da pensare. Ma soprattutto da ri-pensare. Il problema del teatro viene da lontano. Da sistemi produttivi e distributivi in crisi almeno da 15 anni. Abbiamo tutti fatto finta di nulla pur sapendolo, perché obbligati, non mi giustifico anzi, obbligati dalle necessità. Specialmente le piccole realtà hanno subito sostenendolo un sistema che non funzionava più.
Va ripensato. Vorrei che fosse davvero un’opportunità questa per formulare una visione prima della società e poi del settore della cultura che preveda molta più dignità per i lavoratori. A tutto tondo. Del settore cultura. Una distribuzione diversa di opportunità e concretezza.
Penso al pubblico che non può più venire a teatro, come ci tornerà? Cosa dovremo fare? Come dovremo comportarci per sostenere un nuovo sistema valido?

Che il nostro non sia un Paese che riconosce alla cultura un qualsiasi ruolo si sa. Lo sappiamo tutti. Ma perché ne ha talmente tanti che se dovessimo davvero riconoscere alla cultura l’importanza fondamentale che ha, spaventerebbe chiunque. Invece siamo ancora a parlare di nulla. Ci sono migliaia di lavoratori senza lavoro da un anno. Migliaia di famiglie. La mia compresa. E non è la sopravvivenza di uno che deve confortare ma la sopravvivenza di tutti.

Ci aspetta un momento molto importante. Un’occasione unica. Quella di ripensare il sistema. Di andare a illuminare tutte le zone cieche che permettevano, male, di sopravvivere. Ma vivere è un’altra cosa.
Non è una voce quella che si deve far sentire, è un sentire che dovrebbe essere ormai comune.

Il settore della musica, del cinema, del teatro, delle arti, della danza, della formazione artistica è un anno che aspetta indicazioni. È tanto. È tantissimo tempo. La sicurezza e la salute pubblica sono ovviamente al primo posto. Non si può parlare di riapertura fino a che non ci siano degli elementi concreti MA pianificare, studiare, quello sì e non basta perché ci vogliono soluzioni che permettano al momento della ripresa di avere ancora le energie per andare avanti.

Un anno è lungo amici. A me non manca il palco. Ci andrò quando sarà il momento. Non voglio pensare però che il nostro lavoro non sia tutelato a tal punto da poter permettere che si possa ignorare ancora quello che sta succedendo.

Domani, martedì alle ore 15 in Piazza Grande, e in altre piazze d’Italia in altri orari si mobilitano gli artisti. A Livorno ci sarà il movimento Sipari Aperti Sempre.

In altre parti d’Italia saranno illuminati teatri. Saranno tante le manifestazioni in questo difficile anniversario senza spettacolo dal vivo.

La rivoluzione culturale, la possibilità di fornire nuovi strumenti che siano tradotti in termini di economie sostenibili è una delle chiavi. Abbiamo rimandato per troppo tempo.

Questo articolo Amiche e Amici lo devo al teatro, a tutti i colleghi e gli amici, a chi lavora nei settori che ancora non sono ripartiti.

Un anno.
Alla prossima settimana
Vi lovvo
Una di noi

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