Ciak Vintage. “Il coltello nell’acqua”, esordio registico di Polański

Un'opera fuori dal comune

il coltello nell'acqua
  • di Gianluca Donati:

Facendo zapping mi sono imbattuto per puro caso in un film che non avevo mai visto: era cominciato da un pezzo e decisi di soffermarmi su quel canale per vederne un frammento, perché l’inquadratura che avevo colto e il movimento di macchina da presa che ne era seguita, mi aveva fatto intuire che si trattava di un’opera fuori dal comune. Certo, forse uno spettatore qualsiasi non se ne sarebbe accorto con quella tempestività, ma certamente, se bastano pochi secondi per capire che è arte, significa che il regista ha talento da vendere.

Non avendo visto i titoli di testa non potevo sapere regista e titolo del film. Subito mi precipitai su internet nella speranza di scoprirlo basandomi su quegli esigui indizi che mi aveva fornito quel poco che avevo potuto vedere: gli attori mi erano completamente sconosciuti, e perciò questo non mi poteva essere d’aiuto. Per fortuna in breve scoprì l’arcano. Non mi ero affatto sbagliato, infatti, si trattava de Il coltello nell’acqua (1962), primo lungometraggio di Roman Polański.

Reperii subito il film (in Blu-ray) e lo vidi finalmente per intero. Si tratta di qualcosa di geniale, perché, a corto di soldi e di mezzi, il regista riesce a costruire un’opera con tre soli attori, una barca e poco altro. All’infuori di quei tre protagonisti, non c’è nessun altro attore, neppure una comparsa.

La trama è semplicissima: in procinto di partire per una gita in barca, Andrea, un giornalista sportivo e sua moglie Cristina, incontrano per strada un giovane autostoppista. Decidano di dargli un passaggio e gli propongono di restare con loro per l’escursione del fine settimana. Ha inizio così una convivenza che durerà l’arco di 24 ore, nel ristretto spazio claustrofobico di una barca a vela che diventerà il luogo di un conflitto psicologico e verbale tra i due uomini antagonisti e che sfocerà nello scontro fisico, avente come posta in gioco l’interesse della donna, osservatrice passiva della lotta virile.

Stilisticamente il film ha vaghi riverberi da nouvelle vague, e in certi passaggi ricorda Antonioni, come ad esempio lo stupendo finale con Andrea e Cristina nell’auto ferma davanti al bivio e il sottofondo jazz come colonna sonora. Sebbene qualcuno a volte annoveri il film come thriller, in realtà non può essere considerato tale, pur contenendo molti di quegli elementi che poi diverranno una costante nel cinema polanskiano, come la suspense, la claustrofobia, o i significati simbolici. Il regista aveva già realizzato dei cortometraggi, ma era la prima volta che si confrontava con il ritmo dei 94 minuti e non era facile mantenere la tensione con tre personaggi e una barca; Polański c’è riuscito perfettamente, esibendosi già con inquadrature inconsuete e movimenti di cinepresa sapienti.

Oltre alla donna, l’altro “oggetto” della contesa è appunto il coltello del titolo che in un’occasione il giovane esibisce con orgoglio definendolo “indispensabile” per i suoi vagabondaggi, e che a un certo punto egli smarrisce; Andrea glielo restituisce in malo modo, facendolo cadere inavvertitamente in acqua. È a questo punto che la tensione accumulata per tutto il film, esplode e sfocia nello scontro fisico. La disputa fra i due uomini appare infantile e disvela un arcaico istinto primordiale: la donna è un “oggetto” (di desiderio) come il coltello.

Il film contiene anche delle brevi scene di nudo femminile quasi integrali, che suscitarono scandalo, perché per quei tempi erano al quanto ardite. Il film, oltre ad essere presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, ricevendo il premio FIPRESCI, fu candidato nel 64’, all’Oscar al miglior film straniero; un grande risultato poiché era un’opera prima, e un trionfo considerando che fu sconfitto da 8½ di Fellini che quell’anno era imbattibile.

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