Guerritore: “Con Mariti e mogli si sorride delle debolezze dell’essere umano”

Intervista all'attrice e regista in scena il 19 dicembre al Goldoni

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L'attrice e regista Monica Guerritore
  • di Valeria Cappelletti:

LIVORNO – Una notte tempestosa, tuoni e lampi, una sala da ballo e otto personaggi che confesseranno le loro insofferenze, i loro tradimenti, i loro desideri. Stiamo parlando di “Mariti e mogli” spettacolo teatrale per la regia di Monica Guerritore, tratto dal film di Woody Allen del 1992, in scena al Teatro Goldoni di Livorno il 19 dicembre alle ore 21. Ne abbiamo parlato con Monica Guerritore che veste anche i panni di Sally (nel film interpretata da Judy Davis). Il film si concentra su due coppie che si frequentano da sempre, una delle due improvvisamente decide di separarsi e lo comunica all’altra creando in essa una crisi altrettanto seria.

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Guerritore e Maddaloni. Foto: Manuela Giusto

È stato complicato portare sul palco questo film? Soprattutto per la presenza di tanti dialoghi?
Per “Mariti e mogli” Allen si è ispirato a Robert Altman e a “Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman. Io avendo lavorato molto su “Scene da un matrimonio” (Guerritore recitò nella versione teatrale del film n.d.r.) questo ha convinto  Allen a darmi i diritti per poter lavorare sulla sceneggiatura, cosa che lui non fa mai, così ho sfrondato tutto quello che era molto verboso, molto raccontato nel film. Di solito Allen è più spiritoso, più veloce, questo è forse il meno “alleniano” tra i suoi lavori e io ho cercato di restituire la sua ferocia e il suo umorismo.

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La Compagnia. Foto: Manuela Giusto

Lo spettacolo presenta delle novità rispetto al film
Ci sono due coppie e 4 amanti che rimangono bloccati a causa di un temporale, invece che a Manhattan come succede nel film, in una sala da ballo e, questa pioggia epocale fa sì che in una notte tutto si scateni, complici il buio, il ballo, il vino e i tradimenti che si scoprono.

In un’intervista ha detto che lo spettacolo parte normale ma poi il pubblico deve allacciarsi le cinture di sicurezza
Sì, parte normale, così come partono le vite di persone normali, borghesi, eleganti, diplomatiche, molto razionali e formali, e finisce che i personaggi sono completamente trasformati proprio perché le loro vite vengono messe nel frullatore in questa notte. La notte porta sempre un eccesso di azioni, di sentimentalismo, un eccesso di malinconia, di sensualità, tutti temi che Woody Allen affronta. La chiave di Allen è che mette i suoi personaggi davanti a grandi sentimenti eroici, a grandi svolte della vita, ma loro sono sempre inadeguati perché non riescono a gestirli e questo è molto divertente e vero, e il pubblico si ritrova in questa inadeguatezza.

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Reggiani e Guerritore in scena

Ha definito i personaggi “piccole anime sempre insoddisfatte”, ma è un po’ la natura stessa dell’essere umano l’insoddisfazione
C’è sempre l’attenzione a migliorare, a fare delle proprie vite delle grandi vite e Allen lo racconta molto bene, ma poi non si ha la capacità di gestire neanche un tubo rotto. Questa storia mette in scena le nostre debolezze nell’affrontare le cose che accadono nella vita.

Come mai la scelta di portare in scena proprio “Mariti e mogli”?
L’idea frullava da molto tempo nella mente di Francesca Reggiani, straordinaria compagna nello spettacolo. Le piaceva il tema e aveva capito che c’era qualcosa che sarebbe stato bello raccontare. Le sono venuta in mente io probabilmente per varie messe in scena del passato che le erano piaciute e mi ha detto: “perché non provi tu?”, così ho iniziato a scrivere. Mi sono ispirata un po’ a “Café Müller” di Pina Bausch e “Non si uccidono così anche i cavalli” (film di Sydney Pollack n.d.r) per la scenografia, bellissima, che è stata fatta da Giovanni Licheri e Aida Cappellini, poi ho curato molto le luci, le atmosfere, la scelta musicale che mi accompagna da sempre, molto ricca, che parte dal jazz e arriva a Max Gazzè. Chiudo con un’Allen all’italiana e quindi con “La vita com’è” di Gazzè.

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Guerritore e Curcurù. Foto: Manuela Giusto

Sul palco con lei ci sono sette attori
Sì, Ferdinando Maddaloni, mio marito nello spettacolo, il “maschio alpha” (Jack, nel film, interpretato da Sidney Pollack), Judy interpretata da Francesca Reggiani (nel film Mia Farrow) e suo marito, lo scrittore (Woody Allen del film) che è Cristian Giammarini. A loro si uniscono: la studentessa giovanissima interpretata da Malvina Ruggiano (Juliette Lewis nella pellicola), di cui si invaghisce lo scrittore; Luccilla Mininno, la rappresentazione di tutte le femminilità vagheggiate dagli uomini di tutto il mondo, la ballerina di burlesque e di cui mio marito Jack si invaghisce; niente di più naturale per un “maschio alpha” finire tra le piume di una ballerina di burlesque. E poi c’è Michael, il giovane e bello, vagheggiato da due donne ormai avanti con l’età, che è Enzo Curcurù (Liam Neeson nel film), il collega di ufficio di Judy. Infine, ho aggiunto un personaggio, interpretato da Angelo Zampieri, che è lì per caso, non conosce gli altri, ma rimane chiuso con loro e quindi è come se fosse uno spettatore che viene coinvolto ed è il personaggio che ha più successo di tutti.

È stato complicato gestire così tanti personaggi?
No per niente, perché dal momento in cui ho cominciato a scrivere, le dinamiche erano già presenti tutte nella mia mente. Quando ho scelto il luogo, mi ha dato subito l’opportunità di sapere dove stavano i personaggi e le loro azioni raccontano agli attori tutto quello che devono fare, per cui non c’è niente da insegnare, devono solo essere veri, come il pubblico giù in sala. Non c’è nessun tipo di recitazione o di artifizio. Poi ho avuto dei colleghi meravigliosi che si sono buttati, non è facile per una donna dirigere degli uomini e invece loro sono proprio persone eccezionali.

Qual è dunque l’insegnamento che il pubblico può trarre?
Non c’è mai un insegnamento, semplicemente un farsi una carezza per dire: “Non sono solo” nell’avere tutti questi problemi affettivi così complicati, ma la cosa bella è che si esce con un sorriso, volendosi bene, perché siamo esseri umani e siamo incompleti.

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